Cronache marinare immaginate

Ho caldo e il piede sinistro è prossimo all’ustione. La schiena mi fa male e tutto qua intorno è noia. Nessun nuovo arrivo oggi, anche la spiaggia libera è vuota. Vado al bar della spiaggia, ma non a questo, che è bello ma ci andrò stasera, vado in fondo, da quello dei tedeschi. Cinquecento metri di distanza tra i due, ma sembra di fare un viaggio di centinaia di chilometri. Le file sono organizzate per tipologia di ordine, caffè con caffè, gelati con gelati, panini con panini. La gente condivide tavoloni di legno da sagra di paese, ma qua pare l’Octoberfest. Ordino un cappuccino dalla fila del caffè che per fortuna è quella giusta. Me lo danno in un contenitore che pare plastica ma non è plastica, ma quando bevi ti pare di bere dalla plastica. Un cappuccino di plastica. Torno all’ombrellone. Arriva un odore di piscina dal campeggio, poche urla. Sistemo lettino, telo e ripiego il pareo. Le infradito all’ombra. I lettini sulla sinistra poco più in là sono occupati da abiti e teli. Ecco i proprietari, arrivano tenendosi per mano. Lui sembra un quindicenne denutrito, è bianco come il pastello mai usato degli astucci. Lei è un tripudio di carne che esce ovunque dal bikini. Ha un viso bellissimo, la chiamerò Anja. Anja ha una voce che è un cinguettio. Sembra felice, una felicità che non riesce a contenere come il costume non contiene la sua carne. Un arrosto legato con spago troppo stretto. Eppure l’insieme è bello, sensuale. Non capisco perché si sia tinta i capelli di nero, si intuisce che è biondissima, ma valle a capire le donne. Il compagno le sistema il telo sul lettino, la bacia e l’aiuta a sistemare le spalline del costume. Anja è di quelle che odiano i segni bianchi sul corpo abbronzato. Io no, io appartengo a quella sparuta minoranza che li coltiva. Andrei, voglio chiamare così l’amico di Anja, sistema i vestiti dentro la sacca, il telo sul suo lettino e si siede. È incredibilmente bianco, temo per la sua pelle. Anja gli cinguetta una cosa, lui si alza e da un sacchettino tira fuori la crema solare. Lei si sdraia prona, è enorme. Lui le si inginocchia accanto, slaccia il reggiseno e comincia un lavoro che, sono certa, incanta gli occhi di tutti, uomini e donne nelle vicinanze. Andrei deve essere uno del mestiere e se non lo è, possiede una tecnica perfetta. A dire il vero di tecniche di massaggio non so nulla, anzi, non amo farmi massaggiare. Sì, perché Andrei non sta spalmando la crema ad Anja, Andrei sta massaggiando Anja. È una via di mezzo tra la massoterapia e un massaggio erotico e a giudicare dal silenzio intorno credo prevalga la percezione del secondo. Il corpo di Anja è impegnativo, ma è docile, si offre silenzioso, quasi inerte. Le mani di Andrei non sono delicate, ma trasmettono dolcezza, passione e tecnica. Lo guardo meglio, sta inginocchiato tra i due lettini, sembra un ragazzino, ma sono le sue mani a ipnotizzare, le sue mani sul corpo di Anja. Le sposta con il mignolo i capelli neri che coprono una spalla, perché è da lì che incomincia, dalle spalle. Allora lei lo aiuta e cerca di sistemarli meglio. Lui le sussurra qualcosa all’orecchio e lei ride. Il reggiseno è slacciato Andrei ha a disposizione tutta la schiena che è una piazza d’armi. Sfrega le mani per distribuire la crema e comincia. Anja ha due pieghe sotto le scapole, somigliano a quelle che vengono alle donne dopo una certa età, ma lei è giovane, le sue sono vive, sono fatte di abbondanza, non di declino. Arriva un giovane alto e dinoccolato, vende borsette a suo dire originali. Anja gli risponde e allora lui si inginocchia dall’altro lato del lettino, quello rimasto libero. Andrei sembra a sua volta interessato e resta con entrambe le mani dritte come un chirurgo in attesa dei guanti. Il giovane venditore ora si siede e offre una alla volta la sua mercanzia che Anja prende, tocca, apre, valuta. Non cambia posizione forse consapevole di non avere il reggiseno. Improvvisamente, in modo maleducato, abbandona la borsa che stava valutando e manda via il giovane venditore. Per tutti noi è un vero sollievo.
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Linea 5.2

Il sole sulla faccia, i motori nelle orecchie, lo scarico tra le narici e i polmoni. Loro là, leggeri e silenziosi mi scorrono accanto.

Lei e i suoi improbabili capelli blu, lui e il suo sorriso un po’ scemo.

Li ho invidiati. In questa Venezia soleggiata, silenziosa e splendida.

Un giro in gondola è roba da innamorati, da decadenti romantici o da vecchi un po’ idioti?

Mi sono passati accanto silenziosi, loro. Io sul mio 5.2 per il desiderio di quel tratto di laguna prima di arrivare al Lido. Il Lido è l’unico posto all’altezza di Venezia, una linea tra mare e laguna, una pausa.

Non sono giovani, hanno quell’età che ripesca nell’adolescenza nonostante la distanza, che gode della consapevolezza e di una inconsapevole idiozia. Si godono una Venezia insolita, la ricorderanno per sempre.

Viene voglia di fotografare i gabbiani, le montagne all’orizzonte, gli aerei in discesa, il cimitero.
Il sole mi scalda forte e ho un po’ (poca) felicità nel cuore.

 

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Oculistica

Da qualche parte ho una collina

dolce di bambini e cruda di battaglia.

Ho una madre che urla, riccia e di mani ruvide.

Ho stoppie e fiato caldo sul vetro,

abbandoni e ritorni, ricordi lontani, lontani.

Quando non ci sarò più ti pentirai,

ma ti ho perdonato perché è così che si deve fare.

Da qualche parte (forse sotto le unghie) ho terra rossa,

buona per patate e uva

e conchiglie buone e basta.

Ho fumo di sigarette e dita ingiallite,

carezze che non ho ancora capito.

Oggi, dalla finestra, era tutto piatto

e ho capito che di quello proprio non ne ho.

 

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Frigo

Capita ogni volta che torna. A dire il vero non capita, è un vero rito che segue tutti i giorni (anche più volte al giorno), ogni volta che rientra in casa. La cicciona è fatta così, ha bisogno di seguire uno schema preciso, di percorrere sempre la stessa strada, ha bisogno di abitudini per sperare di farcela. E quindi anche oggi, mercoledì, come ogni martedì, lunedì, sabato, giovedì, venerdì, mercoledì e domenica, rientra a casa, appoggia la borsa sulla sedia dell’ingresso, entra in cucina ancora vestita di tutto punto (anche con guanti e cappello se indossa guanti e cappello) e si posiziona davanti al frigorifero chiuso. Tiene le gambe leggermente divaricate e fissa la porta del frigo. Il frigorifero è un po’ più alto di lei, in acciaio e ha tre calamite: un timer a forma di gatto, un “Saluti da Matera” e un dromedario di ceramica di dieci centimetri. Se ne sta là e lo fissa con gli occhi a punta di spillo, quasi aggressiva, quasi cattiva. Dopo qualche minuto di massima concentrazione, di denti digrignati alza lo sguardo sull’orologio sopra la porta d’ingresso della cucina. “Ancora qualche minuto e ho finito, quando la lancetta grande arriverà al tre (ma non sempre deve arrivare al tre, dipende da quando ha guardato) e poi è finita”. Non è mai stata facile per la cicciona ma quella mattina l’ha incontrata ed è ancora più difficile. E’ passato un bel po’ di tempo, non sa dire quanto. E’ invecchiata, e questo è normale. Anormali sono invece le rughe che le solcano il volto. Corrono verticalmente, parallele, su entrambe le guance. Si potrebbe dire che sulla guancia destra le corre un fascio di rette parallele. “Sono invecchiata, lo so. Tu invece sei ingrassata parecchio. Che ti è successo? Sembra che ti abbiano gonfiato come un palloncino. Stai bene? Prendi cortisone? E’ la solita stronza. Mai una parola buona. Solo parole che arrivano dritte proprio dove c’è qualcosa che fa male. Ma non deve distrarsi, deve restare concentrata, non deve cedere, deve tenere gli occhi fissi, più cattivi che può, su quella porta, la porta del frigo, croce e delizia, miele e merda. Sua madre è bella, anche suo padre è bello, lo è anche lei, ma lei è cicciona, una bella cicciona. Ancora quattro minuti, può farcela, non deve pensare, non deve cedere al ricordo, al passato. C’è lei e quella porta chiusa, che resterà chiusa tutto il giorno se riuscirà a non aprirla per altri due minuti. Ha caldo, il cappotto è pesante e il riscaldamento si dà da fare. Sente che sta cominciando a sudare, non deve pensarci, non deve pensare al suo corpo che suda, se lo fa è perduta. Non deve pensare a quel contenitore, vaso, pentola, bicchiere, scatolone, valigia, cassettiera da riempire. Quel corpo da riempire con ogni tipo di cibo liquido e solido, con ogni tipo di esperienza liquida e solida, con ogni tipo di pensiero liquido e solido. Ecco, la lancetta è sul tre, ora però non sa proprio cosa fare.

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Una volta

Una volta non avevo paura, adesso sì.
Attraversavo la strada alle sette con gli occhi chiusi senza mai barare,
Mi svegliavo e passavo notti intere sotto il letto al guinzaglio di mostri, fantasmi, teoremi vari e al mattino ero ancora lì, fiera, basalto.
Ridevo mostrando i denti, anche quelli che mi mancano per via di una bizzarra legge di natura.
Riuscivo a partorire con velocità e dolore figli da amare senza saperlo dire mai e idee cretine da dire al mondo in continuazione.
Una volta ho detto tutta la verità, una sola, non ne ho avuto paura, nemmeno un goccio.
Volevo che tu lo sapessi, una volta non avevo paura, ora sì.

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Quinto piano. Di nuovo

Quando noi ci troviamo in quel posto che è come una camera si decompressione, abbiamo volti e sorrisi modesti, ma pieni di vigore. I nostri occhi un po’ ci tradiscono, ma evitiamo di mostrarli. Ci vestiamo con cura, seguendo regole che ci siamo tramandati, come in un rito di purificazione.
C’è chi arriva per la prima volta e noi lo accogliamo e lo aiutiamo, pronti ad allacciare maschere e camici con dita sicure, anche se di sicurezze noi certamente non ne abbiamo.
Arriviamo e ci troviamo in quattro o cinque, a volte sei ed è già una folla. Ci salutiamo perché apparteniamo alla stessa famiglia, quella della paura.
Siamo un’umanità che soffre e si interroga e capisce alcune cose e ne tralascia molte perché non hanno più senso.
Quando usciamo smettiamo di respirare, strappiamo gli abiti che abbiamo indossato, liberiamo i capelli, per ultimi i guanti. Poi un po’ prendiamo fiato, giusto un po’ per crederci ancora, anche se non sarà mai più la stessa vita, mai più.

 

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Che cosa stai facendo?

Allevo opilioni e coltivo erbe matte.
Servono amore e trascuratezza ché a crescere rose son buoni tutti.

 

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Garibaldi

Il viale oggi era uno spettacolo anche per me che non amo l’autunno. 

La gente camminava veloce su sandali ferragostani tenendo chiuso con una mano il bavero del giubbino leggero. 

I tigli tremavano e a volte lasciavano libere le prime foglie sfinite.

Forse anche l’autunno ha una sua rinascita. 

Oggi sono stata meno infelice.

 

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Pensieri volanti da non condividere

Ho scoperto che per alcuni aspetti invecchiare può essere vantaggioso. Non starò qui a dire cose sulla relazione col mio corpo che è difficile, ma riflettendo chi ha una relazione facile col corpo? Il corpo giovane subisce sguardi e conseguenti riflessi che evidenziano difetti, sproporzioni, stranezze (forse quelle che vogliamo e possiamo vedere); il corpo vecchio è vecchio e basta. Punto. Ad un certo punto diventa invisibile, anche per noi, ritorna poi presente, a noi, solo nella malattia, nel dolore. Ma non è più il mio corpo, non sono più io, diventa il mio fegato, la mia pelle, la mia schiena, il mio sangue e per questo acquista un diverso significato. Tempo fa il mio ginecologo mi disse che le donne hanno paura di invecchiare. Io no, io ho paura di morire.

 

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Un sabato qualunque

Guardavo le gare di nuoto. 

Una è arrivata seconda ed era arrabbiata, delusa e arrabbiata, ma continuava a dire che era felice. E allora ho pensato che io non ho mai vinto, non sono mai nemmeno arrivata seconda, a meno che arrivare secondi non coincidesse con arrivare ultimi. Non è che non ho mai vinto, ho sempre perso. Ho perso mia madre, mio padre, amici, amanti, lavori, gare, riffe, lotterie, scommesse, occasioni, tutto.

Poi ho pensato che non ho veramente perso, ha vinto qualcosa o qualcuno d’altro e io me ne sono rimasta sempre lì, a bocca asciutta, a guardare, qualche volta fregandomene, qualche volta piena di lividi e col sangue che usciva dappertutto, qualche volta senza nemmeno accorgermene. 

Ci deve essere da qualche parte un meccanismo che si attiva e fa vincere l’altro. Non cerco scuse, conosco bene la mia natura gelatinosa, so quanto poco io sia in grado di afferrare le cose e stringerle forte, trattenerle. 

 

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