Avere 5 anni

Tu eri rana, ma nuotavi come un delfino
Io neanche guardavo ma sentivo il tuo suono

Pubblicato in Uncategorized | 1 commento

Primavera

Sono nata in un quartiere brutto e malfamato. No, non proprio dentro, alla periferia. Teoricamente il quartiere stava alla periferia, io no, ma certi luoghi hanno un’identità così forte che anche nel male preferisci esserci inglobato. Tutte le settimane da novembre vado al cimitero. Casa mia è vicino al cimitero, ma io non vado là, vado in quello di un’altra parte della città considerata brutta e malfamata che negli anni ho imparato a conoscere e  amare. Marghera. Il cimitero si trova al limite del limite di Marghera. Confina con una tangenziale da una parte e un’altra tangenziale da un’altra parte. Tutto intorno campi coltivati, qualche villetta, centrale Enel, piloni, piloni, piloni, centrale del gas, distributore del metano, un argine, un canale. Il grano è spuntato da un po’, tutti gli alberi da frutto sono fioriti, anche il pesco. Il fischio della centrale del gas è insopportabile, ma forse quelli della villetta grigia confinante non lo sentono più. C’era vento, un vento che andava e veniva. E allora anche il mio giubbotto, quello verde brillante andava e veniva sulle mie spalle. Non ho pianto, nemmeno una lacrima, nemmeno un pensiero triste. Ho guardato solo la bellezza che mi circondava, ho messo tutto il brutto da parte. Non ci riesco mai di solito. Mi trasferirò. Sì, a Marghera. 

Pubblicato in Uncategorized | 6 commenti

La strada

Tornavamo da una giornata al mare. Guidavi tu perché io con le infradito non so guidare. Avevo i piedi freddi perché sparavi il condizionatore in basso. Stavamo in quell’abitacolo mondo avvolti dal nostro silenzio. Era bellissimo. Facciamo le stradine, dicevi, che c’è traffico. Io annuivo, ma avresti potuto decidere qualsiasi strada perché guidavi tu e io di te mi fidavo.Conoscevo bene quella campagna che sta tra il mare e la città, l’ho attraversata miliardi di volte e conosco ogni sfumatura del fiume che costeggia la strada, dei campi coltivati, del tramonto e della notte fonda. La radio suonava e noi stavamo in silenzio. Io col pensiero anticipavo la strada, tu non so. Ti abbronzavi subito, io no. Pensavo che se ti avessi leccato un braccio avrei sentito il sapore del sale, ma non lo facevo. E allora mettevo la mano sinistra sul tuo ginocchio nudo che era liscio e bello e pensavo che ti amavo.

Pubblicato in Uncategorized | 4 commenti

Silenzio

Ridammi quell’occhio che avevo mancino, quello più scuro e segnato, il labbro miope, quello che ha sorriso a vanvera, i miei pensieri imbecilli e spettinati, le mani, tutte quante, le voglio a dozzine di dita, le mie vene con poco sangue e il tuo silenzio che mi manca sopra ogni cosa. 

Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento

Quando

Quando mia madre è morta, ma non immediatamente dopo, il giorno successivo, ho sentito che si era dispersa su ogni cosa, come una polverina. Sentivo la sua energia polverina scendere ovunque: sulla pianta accanto al divano colorato, sull’aria che respiravo, sopra ogni forma vivente. Con mio padre è andata più o meno allo stesso modo.
Quando è morto mio suocero, ma non immediatamente dopo, il mattino successivo, sono andata in bagno. Mi lavavo la faccia cercando di svegliarmi completamente quando ho sentito uno strano rumore, sembrava che qualcuno lanciasse sassolini sulla finestra. Ho scostato la tenda e l’ho visto. Era un merlo. Batteva il becco come farebbe un picchio. A un tratto si è accorto di me, ha smesso di colpire il vetro e ha cominciato a guardarmi piegando un po’ il capo verso destra. Ha incrociato il mio sguardo e poi è volato via.
Ora sei morto tu e un merlo mi viene a salutare ogni giorno quando torno a casa. Vola, si mostra e si fa sentire. Fischia forte, mi invita. Io provo a imitarlo, ma è troppo difficile e allora lo saluto e torno a casa un po’ meno triste, ma solo per finta.
Qundo sarò morta non sarò polverina né merlo, sarò nulla.

Pubblicato in Uncategorized | 10 commenti

Fiori

Ho nuovi fiori da comprare per una nuova tomba che tomba non è. 

È un buco sul muro che contiene sabbia 

che di cenere non voglio sentir parlare.

Una rosa rosa, ha detto la ragazza bella del negozio,

che così rosa e belle non se ne trovano più. 

Era bella davvero.

Io ho pianto così tanto che poi ti viene il vomito.

In un vaso verde sei

e io piango che mi viene il vomito.

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Campane

Carla è la sorella di Laura, poi c’è Antonella. In totale tre sorelle, tre figlie. Carla è la più grande, Laura la più bella. Una vera bellezza dicevano. Di Antonella non so dire e non so cosa dicessero. Nemmeno dell’essere sorelle so che dire, ma potrei dire dell’avere un fratello. Quello che so è che forse è stato meglio così, meglio avere un fratello. Credo capiti spesso e a me è capitato. Da piccola ho pensato di essere stata adottata. L’idea mi venne osservando che non esistevano foto che mi ritraessero neonata. C’ero nelle foto della comunione- cresima di mio fratello, ma nulla che mi ritraesse prima. L’idea di essere stata adottata non mi procurava un particolare dolore, stavo bene dove stavo e anzi finii per scegliere l’idea dell’adozione a quella che un giorno mi venne sentendo mia madre dire che ero nata di dieci mesi con la pelle che sembrava lessata dallo stare troppo nella pancia. Scelsi che era meglio essere  stata abbandonata e adottata perché l’idea che la mancanza di foto fosse attribuibile alla mia bruttezza era inaccettabile. Carla era sempre stata gelosa di Laura. Laura adorava Carla e cercava di somigliarle. Avrebbe voluto essere grande come lei, usare i suoi vestiti, avere la sua approvazione. Carla avrebbe voluto somigliare a Laura, avrebbe voluto avere i suoi capelli, essere magra come lei è avere gli sguardi di tutti addosso come capitava ogni volta a Laura. Le somiglianze tra le due erano molto vaghe, anche il carattere non coincideva. La grande era tranquilla e obbediente, la seconda sempre agitata, mossa da un fuoco invisibile. Capitò allora che Carla chiamò Laura. Erano davanti lo specchio grande della camera della loro mamma. Guardati, disse Carla. E ora guardami. Lo vedi? Non ci somigliamo per niente. Hai notato che tutti ti guardano? Laura non capiva, ma cominciava ad avere paura. Non l’hai ancora capito? Non hai visto che sei diversa? La mamma e il papà non hanno il coraggio di dirtelo, te lo dico io: sei stata adottata. Il fatto non corrispondeva certo al vero era solo il risultato della gelosia crudele di una bambina. La storia è vera, me l’ha raccontata Laura. Raccontava e rideva. Io non ho storie così atroci su mio fratello tolta qualche idea scema  che mi inculcò per spaventarmi. Sì, perché ancora oggi quando sento in suono delle campane evito di incrociare gli occhi per evitare di restare strabica.

A7F6A4C4-9803-45A3-A158-D97E46145B99

Pubblicato in Uncategorized | 10 commenti

Cronache marinare immaginate

Ho caldo e il piede sinistro è prossimo all’ustione. La schiena mi fa male e tutto qua intorno è noia. Nessun nuovo arrivo oggi, anche la spiaggia libera è vuota. Vado al bar della spiaggia, ma non a questo, che è bello ma ci andrò stasera, vado in fondo, da quello dei tedeschi. Cinquecento metri di distanza tra i due, ma sembra di fare un viaggio di centinaia di chilometri. Le file sono organizzate per tipologia di ordine, caffè con caffè, gelati con gelati, panini con panini. La gente condivide tavoloni di legno da sagra di paese, ma qua pare l’Octoberfest. Ordino un cappuccino dalla fila del caffè che per fortuna è quella giusta. Me lo danno in un contenitore che pare plastica ma non è plastica, ma quando bevi ti pare di bere dalla plastica. Un cappuccino di plastica. Torno all’ombrellone. Arriva un odore di piscina dal campeggio, poche urla. Sistemo lettino, telo e ripiego il pareo. Le infradito all’ombra. I lettini sulla sinistra poco più in là sono occupati da abiti e teli. Ecco i proprietari, arrivano tenendosi per mano. Lui sembra un quindicenne denutrito, è bianco come il pastello mai usato degli astucci. Lei è un tripudio di carne che esce ovunque dal bikini. Ha un viso bellissimo, la chiamerò Anja. Anja ha una voce che è un cinguettio. Sembra felice, una felicità che non riesce a contenere come il costume non contiene la sua carne. Un arrosto legato con spago troppo stretto. Eppure l’insieme è bello, sensuale. Non capisco perché si sia tinta i capelli di nero, si intuisce che è biondissima, ma valle a capire le donne. Il compagno le sistema il telo sul lettino, la bacia e l’aiuta a sistemare le spalline del costume. Anja è di quelle che odiano i segni bianchi sul corpo abbronzato. Io no, io appartengo a quella sparuta minoranza che li coltiva. Andrei, voglio chiamare così l’amico di Anja, sistema i vestiti dentro la sacca, il telo sul suo lettino e si siede. È incredibilmente bianco, temo per la sua pelle. Anja gli cinguetta una cosa, lui si alza e da un sacchettino tira fuori la crema solare. Lei si sdraia prona, è enorme. Lui le si inginocchia accanto, slaccia il reggiseno e comincia un lavoro che, sono certa, incanta gli occhi di tutti, uomini e donne nelle vicinanze. Andrei deve essere uno del mestiere e se non lo è, possiede una tecnica perfetta. A dire il vero di tecniche di massaggio non so nulla, anzi, non amo farmi massaggiare. Sì, perché Andrei non sta spalmando la crema ad Anja, Andrei sta massaggiando Anja. È una via di mezzo tra la massoterapia e un massaggio erotico e a giudicare dal silenzio intorno credo prevalga la percezione del secondo. Il corpo di Anja è impegnativo, ma è docile, si offre silenzioso, quasi inerte. Le mani di Andrei non sono delicate, ma trasmettono dolcezza, passione e tecnica. Lo guardo meglio, sta inginocchiato tra i due lettini, sembra un ragazzino, ma sono le sue mani a ipnotizzare, le sue mani sul corpo di Anja. Le sposta con il mignolo i capelli neri che coprono una spalla, perché è da lì che incomincia, dalle spalle. Allora lei lo aiuta e cerca di sistemarli meglio. Lui le sussurra qualcosa all’orecchio e lei ride. Il reggiseno è slacciato Andrei ha a disposizione tutta la schiena che è una piazza d’armi. Sfrega le mani per distribuire la crema e comincia. Anja ha due pieghe sotto le scapole, somigliano a quelle che vengono alle donne dopo una certa età, ma lei è giovane, le sue sono vive, sono fatte di abbondanza, non di declino. Arriva un giovane alto e dinoccolato, vende borsette a suo dire originali. Anja gli risponde e allora lui si inginocchia dall’altro lato del lettino, quello rimasto libero. Andrei sembra a sua volta interessato e resta con entrambe le mani dritte come un chirurgo in attesa dei guanti. Il giovane venditore ora si siede e offre una alla volta la sua mercanzia che Anja prende, tocca, apre, valuta. Non cambia posizione forse consapevole di non avere il reggiseno. Improvvisamente, in modo maleducato, abbandona la borsa che stava valutando e manda via il giovane venditore. Per tutti noi è un vero sollievo.
51060D3B-79BB-46E3-87BC-8A97A2E8B33C

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

Linea 5.2

Il sole sulla faccia, i motori nelle orecchie, lo scarico tra le narici e i polmoni. Loro là, leggeri e silenziosi mi scorrono accanto.

Lei e i suoi improbabili capelli blu, lui e il suo sorriso un po’ scemo.

Li ho invidiati. In questa Venezia soleggiata, silenziosa e splendida.

Un giro in gondola è roba da innamorati, da decadenti romantici o da vecchi un po’ idioti?

Mi sono passati accanto silenziosi, loro. Io sul mio 5.2 per il desiderio di quel tratto di laguna prima di arrivare al Lido. Il Lido è l’unico posto all’altezza di Venezia, una linea tra mare e laguna, una pausa.

Non sono giovani, hanno quell’età che ripesca nell’adolescenza nonostante la distanza, che gode della consapevolezza e di una inconsapevole idiozia. Si godono una Venezia insolita, la ricorderanno per sempre.

Viene voglia di fotografare i gabbiani, le montagne all’orizzonte, gli aerei in discesa, il cimitero.
Il sole mi scalda forte e ho un po’ (poca) felicità nel cuore.

 

DB443CF4-7CF7-4BAA-A754-170B6891FA71

Pubblicato in Uncategorized | 2 commenti

Oculistica

Da qualche parte ho una collina

dolce di bambini e cruda di battaglia.

Ho una madre che urla, riccia e di mani ruvide.

Ho stoppie e fiato caldo sul vetro,

abbandoni e ritorni, ricordi lontani, lontani.

Quando non ci sarò più ti pentirai,

ma ti ho perdonato perché è così che si deve fare.

Da qualche parte (forse sotto le unghie) ho terra rossa,

buona per patate e uva

e conchiglie buone e basta.

Ho fumo di sigarette e dita ingiallite,

carezze che non ho ancora capito.

Oggi, dalla finestra, era tutto piatto

e ho capito che di quello proprio non ne ho.

 

E8CF2AA2-A164-41F4-9DCF-57CF5EF3DE06

 

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti