Nilde Iotti

Il postino la chiamava Nilde Iotti per via di un assonanza con il suo vero nome, per tutti era la Signora del pane. Se penso a lei mi viene da piangere e mi sento immediatamente sola oppure vengo assalita da un vorace senso di colpa. Di lei so molto perché era trasparente come trasparenti erano i suoi occhi, se togliamo una pagliuzza dorata sull’iride destra. Mi fermo, non riesco ad andare avanti.

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Scrivo qua che ho finito la carta

Quello che mi manca di te è il silenzio della tua voce e il rumore della mia.

Sì, credo sia l’unica cosa che ho avuto davvero.

Non credo tu abbia ascoltato, ma non ha importanza, fidati.

Un silenzio, un’assenza, è un dono prezioso.

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Di schianto

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Sottobosco

Ho amato il sottobosco
sperato il muschio.
Perché la vita è là,
dove non guardiamo e non sappiamo
nell’ombra persa, mai sconfitta.
Ho amato il clamore di silenzio operoso
e la cerva morta: nutrimento e dolore.
E poi i tuoi passi croccanti su foglie e rami abbandonati prima
e scivolosi e viscidi di sguardi miopi poi.

 

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Ogni notte

Come ogni notte anche questa notte ho rischiato di morire. Non ho corso alcun rischio in verità, stavo per morire e basta.
Quando stai per morire hai paura e sei triste. Solo un pazzo non avrebbe paura di fare un salto così alto. La paura ti fa sudare la nuca. (e maledetto quel libro che me le ha ricordate quelle nuche. Perché io le ho viste e so.) Anche questa notte avevo la nuca sudata, come sudata era quella piega tra i seni, quella che tocco spesso e spesso vorrei toccassi tu, anche se so che non ti interessa. Mi sono alzata dal letto con uno scatto. Morire a letto forse sarebbe stato più educato nei confronti del medico, ma che ne sarebbe stato di questo letto? Quando sto per morire mi guardo allo specchio. Non sempre riconosco la morte nel mio volto, ma è il formicolio sotto ai piedi che me la fa riconoscere. È a quel punto che divento triste. Mi guardo e sento tutta la tristezza che ho accumulato negli anni venire a galla. Non è mai rabbia, è tristezza e basta, di quelle che ti fanno piegare la bocca e gli occhi, di quelle che non sono mai riusciti a scriverne la musica. Questa notte avrei voluto chiamarti, ma avrei potuto farlo solo se avessi avuto la certezza che non stavo morendo veramente. Ma io stavo morendo.
Quando mi capitava di morire da bambina, allora sì che era difficile. Restavo indecisa tutto il tempo, sospesa tra il desiderio di morire da sola o tra le braccia di qualcuno.
Quando sto per morire la notte, penso spesso a quando ero bambina e più mi penso e più mi intristisco.
Forse dovrei veder scorrere tutta la mia vita, perché è così che dicono gli esperti, ma io non vedo nulla. L’unica immagine del passato è quella dei tuoi occhi verdi, più della mascherina e di quel dolore che dolore non è. E allora posso morire, che forse il mio dovere l’ho fatto.

 

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Il canto della sirena

Io là non ci torno.
Lo disse e fu silenzio. Chiuse le labbra e per qualche secondo anche gli occhi. Sembrava non respirare.
Passarono almeno dieci minuti, poi il silenzio fu rotto.
– Non puoi, ormai non ti puoi tirare indietro. Così rovini tutto. Hai fatto il patto. Sei una stupida, una piccola stupida.
– Senti chi parla! Ti dai arie da capo, ma sappiamo tutti che te la fai sotto per ogni cosa. Sai come ti chiamavamo quando ancora potevamo andare là dove ora tu vorresti tornare? Tu per tutti noi eri “Toni il cacasotto”. Diteglielo anche voi o siete diventati pieni di boria come lui?
Fu di nuovo silenzio.
Gli altri fissavano un punto indefinito della stanza, ognuno un punto differente. Sembrava che nessuno avesse il coraggio di inserirsi nella discussione e allora se ne stavano sguardo al vuoto e bocca chiusa. Qualcuno respirando allargava le narici in un modo esagerato, come se cercasse di incamerare una grande quantità d’aria che alla prima occasione avrebbe liberato.
In due sedevano sullo stesso sgabello, alto da far tenere le gambe penzoloni. Fissavano due punti opposti, ma dondolavano la gamba destra allo stesso identico ritmo. Sembrava battessero in tempo della stessa canzone, la condividevano nella testa e la battevano con la gamba.
La Rossa fissava la lampadina che penzolava da un filo che usciva dal soffitto. Teneva la testa alta, sembrava osservare con attenzione la pallida luce che liberava la lampadina e questa le rendeva lo sguardo colorandole gli occhi di una specie di rosso e amplificando ancora di più il pallore del volto.
Tacevano.
– Invece di guardare in giro, manco ci fosse verifica, perché qualcuno non dice a questa stronzetta che noi non abbiamo paura proprio di nulla. Che noi là dentro ci vogliamo tornare e ci torneremo con o senza di lei. Rossa, non è tua amica questa scema? Stavate sempre insieme, facevate coppia fissa. “Le inseparabili”. Non hai proprio niente da dirle? Non hai voglia di ricordarle cosa ci è successo e del patto che ci siamo fatti? Non avresti voglia una volta, una sola, di farti valere con lei? Sei una stupida bimbetta anche tu?
– Smettila Toni, te la prendi con lei, ma è con me che lo dovresti fare. Ho detto che là non ci torno e non ci tornerò. E poi che c’entra il patto? Ci siamo giurati con il sangue e con lo sputo amicizia e fedeltà, non abbiamo giurato di vendicarci. Se vuoi la vendetta, arrangiati, io non sarò mai dei tuoi. E tu Rossa non dargli retta, è la rabbia che lo fa straparlare.
– Ci hanno tolto quello che era nostro, ci hanno impedito di andare dove amavamo andare e tu non vuoi vendicarti? Non vuoi riprenderti quello che era tuo, nostro? Ma che cosa sei diventata, una mammola sempre pronta a obbedire? Lo diceva mio fratello che non ci si deve fidare delle femmine. Sembravi diversa sai? Sei come tutte le altre, quelle che hai sempre disprezzato e non hai mai voluto far entrare nella nostra banda.
Fu allora che sentirono il suono di una sirena e contemporaneamente un fortissimo frastuono. Il rumore di pale di elicottero, improvviso e chiarissimo, proprio sopra le loro teste. Il primo istinto fu quello di nascondersi sotto i due tavoli e le sedie accatastate nel garage, ma seguirono una voce che da fuori intimava loro di uscire.
Pensarono subito che il loro piano criminale fosse stato scoperto, ma appena usciti scoprirono una realtà ben diversa. Un grande incendio stava distruggendo tutto, tutto quello che avevano già perso una volta, non sarebbe mai più stato loro.
Anni di infanzia in fumo.
– Hai visto Toni? Non devi più vendicarti. Venite, andiamo a casa, saranno preoccupati.

 

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Trovato nella posta

Ieri il funerale di Amedeo. La chiesa era piena. Parenti e amici, reduci, il tricolore, il berretto da paracadutista sulla bara, due preti rigidi a celebrare senza un minimo di partecipazione – morire a novantacinque anni non è poi un fatto così tragico – due giovani paracadutisti mandati a leggere la preghiera fascista del Corpo, dalla Toscana, a testimoniare un senso della vita, quasi superiore, di chi tra il bianco della tela e l’azzurro del cielo offre la vita alla Patria e a testimoniare che Amedeo era uno di loro, tra i più vecchi di loro.
Io sono riuscita ad arrivare in ritardo inciampata nel solito buco che inghiotte e fa sparire ogni volta un po’ del mio tempo.
Amedeo ha avuto due mogli. La seconda era mia zia, la prima è morta a quarant’anni. La bara non è andata sotto terra come a me sembrerebbe naturale, ma in un loculo, acquistato per tempo proprio accanto alla prima moglie. La seconda, mia zia, più sotto, più a sinistra.
Eravamo tutti vecchi, meno Nicola, figlio di mia cugina. Eravamo tutti più vicini a quella bara che a quello sguardo un po’ smarrito di chi ha la vita davanti ma non sa dove guardare.
E poi le carte, il notaio, l’eredità, i parenti diretti che bisogna contattare, la collanina e l’anello di fidanzamento della zia e Hanna, la badante che “Si comporta come fosse la moglie” dice una, che non sa che Amedeo le aveva chiesto di sposarlo. E poi proprio Hanna distrutta, preoccupata per il futuro che però ha in mano un foglio di un’agenda: “Io Amedeo  Solesin lascio tutto ad Hanna e a Roberto” . “Decidi tu Roberto cosa è giusto fare”.
Amedeo non aveva figli io ne ho due. Lui ha compiuto il suo dovere di uomo e di paracadutista. Dell’uomo è rimasta roba inutile e qualche quattrino, del paradutista un cappello rosso. Di me resteranno i miei figli che potranno continuare a lasciare figli, cose inutili e quattrini e berretti da paracadutista.

 

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Ode ai miei fianchi

Seduta sul bordo del letto, dal mio lato, osservo i miei fianchi. Posso vederli perché sono piegata e nuda. La schiena è curva per il dolore e sono nuda, come sono nudi i vecchi. Non sono larghi i miei fianchi, forse non ricordano più la culla che sono stati. La pelle che li tiene insieme ha perso anch’essa la memoria. Erano stati giorni, quelli, memorabili, tanto memorabili da essere dimenticati.  Ora resta quello che vedo: due fianchi senza sesso, persa ogni potenza, perso ogni clamore.

 

 

 

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Settembre.

A settembre succedono sempre tante cose.
La soia è diventata quasi rossa e passando accanto all’argine scuoto nuovi fiori, rossi anch’essi, ma di un rosso più sincero.
La casa sulla destra, prima del ponte, è quasi conclusa, ma non come la mia vita.
Mille nuove storie stanno per cominciare tra quelle mura come tra le mie pieghe. Perché sono piegata e amara e sfinita di un urlo che fai tra le mie tempie.
Lasciami stare, fammi riposare e riposa anche tu. Cerca un bacio dalle mie labbra e stringimi.
Invece di odiarmi perdonami, perché ormai le nostre carni sono così mescolate da confondersi e la tua paura è la mia e la tua vita è la mia.

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Noia

Per me la vita ha a che fare con un una serie alfanumerica assolutamente casuale.
Dio ha il sacchetto dei numeri e delle lettere, tu la tua cartella e i tuoi fagioli.
Novanta numeri, una ventina di lettere, mica di più. E tutto si compie.
Potrebbe anche essere come per la lotteria di capodanno, c’è un bambino bendato che estrae palline dall’urna e così con lettere e numeri si compone il tuo biglietto, la tua vita.
Oppure è come nello Scarabeo. Peschi otto lettere e devi comporre una parola da inserire nel tabellone. Lettere di merda, vita di merda.
O forse è una serata al tavolo della roulette. Trentasei numeri e varie combinazioni da evocare. Me li immagino i più furbi a segnarli in ordine di uscita.
Tanto perderemo tutti.

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