Sottobosco (di nuovo)

Ho amato il sottobosco
sperato il muschio.
Perché la vita è là,
dove non guardiamo e non sappiamo
nell’ombra persa, mai sconfitta.
Ho amato il clamore di silenzio operoso
e la cerva morta: nutrimento e dolore.
E poi i tuoi passi croccanti su foglie e rami abbandonati prima
e scivolosi e viscidi di sguardi miopi poi.

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Ferma a Paluano, Figallo, Strino, Inturri, Camendoli, …

Potrei prendere quello delle 7 e 57, ma non ferma a Camendoli. Io non devo scendere là, io scendo alla fermata successiva, ma la fermata alla stazione di Camendoli mi permette di verificare l’avanzamento dei lavori di costruzione di un edificio poco distante dal binario. Non so a cosa sarà destinato, sembrano uffici. Quello che mi interessa è la velocità di costruzione, il cambiamento. Non riesco a fare a meno di pensare a quei filmati accelerati che mostrano la nascita e la crescita dei funghi. In poco tempo uno spazio libero, un vuoto, un niente da guardare, si è trasformato in una storia. Il treno si ferma pochissimo alla fermata, il necessario per consentire ai due, tre passeggeri di salire e a volte di scendere, ma è sufficiente per vedere quello che ora c’è e ieri non c’era. A poco a poco un vuoto sta diventando un pieno. Prima di Natale ho preso quello delle 7 e 31 perché avevo deciso di fare colazione nel bar accanto al lavoro e quindi ho preso il treno prima. Alla fermata dì Camendoli ho notato uno strano movimento nello spazio poco distante dal binario sul quale non c’è niente da guardare. Per qualche giorno ho preso il solito treno, quello delle 7 e 57, ma la velocità del treno non mi ha consentito di vedere nulla al passaggio a Camendoli. La curiosità mi ha fatto prendere il giovedì successivo 7 e 31. C’era un cantiere. Qualche giovedì dopo ho ripreso 7 e 31 e via così per diversi giovedì, ma non tutti. Se guardi una cosa tutti i giorni, non sei in grado di scorgerne i cambiamenti, di percepirli. Sostando ogni tot settimane alla fermata di Camendoli avrei potuto vedere bene tutte le fasi. Ogni volta sarebbe stata una sorpresa, come capita con i bambini che vediamo ogni tanto. La pazienza non è la mia virtù, ma ho provato a esercitarla. Non ho annotato le date, ma so che a distanza di massimo quattro settimane ho preso il 7 e 31 e ho potuto registrare nella mente lo scavo, il getto della fondazione (anche se dovevo tirare un po’ il collo), la costruzione delle varie strutture di elevazione e quelle orizzontali. Ho avuto tre settimane di ferie, poi a casa per malattia altri quindici giorni e ora la curiosità di vedere quanto sia “cresciuto” l’edificio è forte a tal punto da farmi prendere il treno delle 7 e 31 nonostante non mi senta del tutto in forma. 7 e 31 significa dormire un po’ meno e non avere l’opportunità di guardare il dott. Serafini, che osservo la mattina da tre anni e sul quale ho preso parecchi appunti.

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Tamara

Alla mia età difficilmente capita di essere invitati a un matrimonio. Anche battesimi, prime comunioni e cresime sono archiviate in un passato, passato da un po’. È più frequente andare ai funerali, mica quelli di genitori, no. Oggi invece mi telefona Tamara, si chiama così e ogni volta che la nomino mi viene in bocca il sapore del chinotto, è il suo nome a evocarlo. Mi chiama Tamara e mi dice che il sette settembre si sposerà. Le dico che il sette settembre è una bella data, ma non capisco con chi si sposerà e perché. Lei allora si arrabbia e mi ricorda che se lo deve un matrimonio, quello che Franco non le ha mai concesso e che si merita anche un bell’abito da sposa, bianco, e anche un velo e le scarpe, bianche. E che ha pensato che io sono la persona giusta per accompagnarla all’atelier e per consigliarla nella scelta. Si sposerà con Sergio. Mi dice che vuole continuare a invecchiare con lui, perché solo con lui, sente, che anche la vecchiaia, quella vera, può essere magnifica. Capisco che non c’è più nulla da fare, nulla che io possa dire potrebbe farla ricredere. Io non penso che Sergio sia una cattiva persona, che non vada bene per lei o cose simili. Quello che penso è che Tamara non deve sposarsi. Anzi, nessuna dovrebbe sposarsi con un uomo. Per Tamara, poi, sarebbe una vera imbecillità farlo. Lei non ha la costituzione necessaria per sopportare un Sergio, Paolo, Alberto o chi volete voi. La conosco da sempre, all’asilo giocavamo insieme, elementari insieme, medie insieme, liceo insieme. Poi basta per qualche anno perché io mi sono trasferita a Barcellona. Dovevo correre dietro a Nicholas, un coglione che si fingeva artista. Ora mi chiedo come abbia potuto star dietro a uno che, in quegli anni, si chiamava Nicholas! E insomma, per un po’ di anni niente Tamara. A me le donne non piacciono, fisicamente intendo. Ma Tamara mi è sempre piaciuta tanto. Ebbene Tamara, la mia Tamara vuole sposarsi, e lo so, lo farà indipendente da me e dalla mia volontà. L’aiuterò a scegliere l’abito giusto. Non è mica facile vestirsi da sposa a 57 anni. Farò il possibile per non farla sembrare un’idiota, una vecchia idiota vestita da sposa. Io una volta mi sono sposata. Niente abito da sposa, o almeno niente di tradizionale. Mi sono comunque sentita una cretina per tutto il tempo. Non ho ancora capito se fosse per via del vestito, per il matrimonio in sé o per via del mio disturbo. Non ne parlo volentieri, ma ho una sorta di capacità di sdoppiamento. Capita che io faccia una cosa e che a un certo punto sia in grado di osservarmi dall’esterno mentre la faccio. Praticamente una parte di me esce dal mio corpo e va a posizionarsi in alto, per osservare meglio la scena. Al matrimonio è successo così. Leggevo le solite promesse e intanto, contemporaneamente, osservavo la scena da un angolo della chiesa, in alto, vicino all’organo. Ebbene ho visto cose che non avrei voluto vedere. Vestita così sembravo una perfetta idiota e non bastasse sembravo la custodia di quello che da lì a poco sarebbe diventato mio marito. A questo punto mi rendo conto che oltre al vestito da sposa per Tamara, dovrò sceglierne uno per me. Credo punterò sul verde. Mia madre si è sposata con un paio di scarpe verdi. 

 

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La nutrice.

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Io sono come l’albero, mi faccio il cibo da me. Mi cibo di storie un po’ vere un po’ finte, di parole inventate o che ho immaginato di sentire.
Mi sono nutrita senza metterci tutto l’amore necessario e son cresciuta storta, un po’ grossa, un po’ sottile, delicata e pallida. Ho coltivato nelle occhiaie sguardi evitati o incerti e nelle orecchie, troppo distanti dalla testa, suoni ovattati come dal fondo del mare, come il canto delle balene.
Ho assaggiato di tutto, il dolce e l’amaro, il buono e il disgustoso. Ho scritto ogni cosa in un taccuino che non ho mai riletto. Ho una memoria assassina che cresce sulle dimenticanze di chi mi sta accanto e non sa nulla.
La donna qua davanti la sa lunga, sta seduta sulla sua poltrona e sembra fumi mentre mi dice che sono fortunata perché sono stata tanto amata.
“Che strano.” dico. “Non me…

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Natale

Sul balcone la menta sembra morta.

So che sta scherzando.

A primavera spargerò i semi che mi vuole nascondere

sulla terra vecchia e su quella nuova.

E sarà di nuovo Natale.

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A proposito di A.

Forse non si chiama nemmeno A. Cambia nome in continuazione. Ci ha presentato un algoritmo bizzarro. Per me è stato amore a prima vista. È sciocco dire così perché non l’ho mai visto, non ho nemmeno sentito la sua voce. Potrei trovare il modo di sentirla, ma preferisco così, preferisco immaginarla. Il motivo è stupido. Sto leggendo un suo libro. Quando leggo è la scrittura a darmi la voce necessaria, se non trovo la voce giusta, niente, non riesco a proseguire la lettura. Penso che sia uno strano. Bipolare, potrebbe dire qualcuno. Ho visto la foto delle sue mani, mi basta per immaginarlo mentre scrive. A volte scrive proprio a me. Dice cose intelligenti, stupide è così, così. A volte mi dice che sono cretina,e da cretina, mi piace da morire che me lo dica. Mi manda anche delle canzoni. In quel momento lo amo proprio, perché scegliere una canzone e darla a un altro è un fatto difficile è pericoloso. Prima mi ha mandato una musica ed è buffo perché era proprio la colonna sonora che cercavo per lui.

 

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Non so che titolo dare

Ha una bella treccia di capelli rossi. I capelli non sono lucidi come quelli delle bambine, ma lei non è una bambina. Sta seduta di fronte alla finestra. Guarda fuori. Il fidanzato è seduto dietro a lei come se fossero al cinema. Le massaggia le spalle. Per farlo deve spostare leggermente il golfino che lei tiene buttato a caso, ma attorcigliato a serpente attorno al braccio sinistro. La madre è seduta alla loro destra, di fronte, finge di leggere il giornale. Il padre, a sinistra, finge di essere presente. Lei ogni tanto appoggia la testa sulla mano del fidanzato. Lui, sempre dietro, la accarezza, poi gliela raddrizza e comincia a sciogliere la treccia. Usa le dita delle mani per pettinare i capelli un po’ scarmigliati come se fossero un pettine. Con pazienza li separa in tre grosse ciocche e comincia a intrecciare. Non tira, non stringe, è delicato. Sembra un bambino che pettina una bambola. Forse ha già nostalgia di quei capelli. Lei si gira un po’, lo guarda, gli sorride lievemente. La madre alza gli occhi dal giornale, il padre è sempre altrove.  Lei ora ha caldo, sposta il golfino dalle spalle e srotola il serpente dal braccio. Lo fa lentamente, forse ha paura di spostare l’ago. 

La chiamano, tocca a lei. La madre scatta sull’attenti, l’accompagna. 

Si vede che sono nuovi.

 

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Un sole bellissimo

“Laura. La sua Laura, venite”.

È alta e magra. Il bacino un po’ largo se comparato alle spalle, le gambe lunghe ad armonizzare tutto. Del volto vedo solo gli occhi senza trucco. Non si legge nulla del suo sguardo, sembra fermo, congelato, in apnea. Non ha vent’anni. Spariscono dietro la porta. Dopo poco esce lui, il padre. Sembra sollevato. Ha consegnato l’amore della sua vita a chi è in grado di averne cura, nonostante i buchi e il veleno. Ha un sacchetto tra le mani. Qui ce l’hanno tutti. Tutti hanno un sacchetto troppo piccolo. Non esistono contenitori sufficientemente capienti da contenere quei verdetti. Con gli occhi compie un giro della sala d’attesa, non cerca un posto libero, cerca altri occhi per ricevere uno sguardo. È alto e robusto, ma quanto alti e robusti si deve essere per poter contrastare tutta quella paura? 

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Confessione

Me ne sono innamorata subito. Era bello e distaccato. Era cinico. Non ha mai capito nulla di me, mi disapprovava. Non ha mai detto detto di amarmi. Io, stupida, gli scrivevo lettere d’amore, deve aver riso molto. Credo avesse un disturbo ossessivo compulsivo. Erano gli anni ottanta, eravamo giovani. A quel tempo si ascoltava musica “impegnata”. Lui aveva una vera fissazione per Guccini, De Andrè, Lolli. Un giorno arrivò con una cassetta (a quel tempo in auto si ascoltavano quelle) con una serie di brani di Lolli. Non ascoltammo altro per un mese. Sempre la stessa cassetta, sempre gli stessi pezzi, sempre Lolli, sempre io, lui e Lolli. Cominciai a non poterne più, a ogni ascolto mi prendeva una vera e propria forma di depressione, uno struggimento, un male di vivere insopportabile. Fu allora che scoprii di avere le risorse interiori per rispondere a quello stato di deterioramento. Fu allora che scoprii di avere un superpotere. Pensai di distruggere la cassetta, ma non potevo farlo in modo palese. E allora pensai intensamente al nastro che ogni giorno appena saliti in auto e fino all’arrivo girava, rimandando in continuazione quelle canzoni. Immaginai che a un certo punto cedesse sfinito, lo immaginai rotto. Accadde davvero, dopo un solo giorno. Il senso di colpa, pur allevato con cura per anni, durò qualche minuto. Mi sentii liberata e invincibile, avevo il potere. 

L’estate successiva decidemmo di andare in vacanza in Spagna, in auto. Andammo lui, io e i Ricchi e poveri. Dei miei superpoteri più nemmeno l’ombra.

 

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Ape sulla menta

Il tempo è poco e stronzo. Non so se la vita abbia per tutti la stessa velocità, ma la mia è un bolide. Ora mi accorgo che sono in ritardo, che non ho fatto e detto un sacco di cose che avrei dovuto e voluto fare e dire. 

Ho desiderato un uomo per poter stargli sdraiata accanto la sera, prima di dormire per poter guardare nella semioscurità il soffitto parlando e la notte, quando (come ogni notte) mi sveglio e ho paura. 

E invece ho coltivato silenzi, li ho allevati con dedizione e non ho detto mai, e così non ho potuto realizzare il mio desiderio. 

Ora sono qua, il buio è squarciato dai fanali di un’auto che passa e che disegna strane righe sul soffitto. Lui dorme sul fianco, mi mostra la schiena. Non voglio che si svegli, voglio che riposi. Ora che gli sono anche madre e sorella scopro che avrei potuto fare meglio, impegnarmi di più, stare più attenta. Spero, domani, al risveglio di riuscire a dirgli che amo la sua schiena e anche i nostri silenzi.

 

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