Ogni notte

Come ogni notte anche questa notte ho rischiato di morire. Non ho corso alcun rischio in verità, stavo per morire e basta.
Quando stai per morire hai paura e sei triste. Solo un pazzo non avrebbe paura di fare un salto così alto. La paura ti fa sudare la nuca. (e maledetto quel libro che me le ha ricordate quelle nuche. Perché io le ho viste e so.) Anche questa notte avevo la nuca sudata, come sudata era quella piega tra i seni, quella che tocco spesso e spesso vorrei toccassi tu, anche se so che non ti interessa. Mi sono alzata dal letto con uno scatto. Morire a letto forse sarebbe stato più educato nei confronti del medico, ma che ne sarebbe stato di questo letto? Quando sto per morire mi guardo allo specchio. Non sempre riconosco la morte nel mio volto, ma è il formicolio sotto ai piedi che me la fa riconoscere. È a quel punto che divento triste. Mi guardo e sento tutta la tristezza che ho accumulato negli anni venire a galla. Non è mai rabbia, è tristezza e basta, di quelle che ti fanno piegare la bocca e gli occhi, di quelle che non sono mai riusciti a scriverne la musica. Questa notte avrei voluto chiamarti, ma avrei potuto farlo solo se avessi avuto la certezza che non stavo morendo veramente. Ma io stavo morendo.
Quando mi capitava di morire da bambina, allora sì che era difficile. Restavo indecisa tutto il tempo, sospesa tra il desiderio di morire da sola o tra le braccia di qualcuno.
Quando sto per morire la notte, penso spesso a quando ero bambina e più mi penso e più mi intristisco.
Forse dovrei veder scorrere tutta la mia vita, perché è così che dicono gli esperti, ma io non vedo nulla. L’unica immagine del passato è quella dei tuoi occhi verdi, più della mascherina e di quel dolore che dolore non è. E allora posso morire, che forse il mio dovere l’ho fatto.

 

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Il canto della sirena

Io là non ci torno.
Lo disse e fu silenzio. Chiuse le labbra e per qualche secondo anche gli occhi. Sembrava non respirare.
Passarono almeno dieci minuti, poi il silenzio fu rotto.
– Non puoi, ormai non ti puoi tirare indietro. Così rovini tutto. Hai fatto il patto. Sei una stupida, una piccola stupida.
– Senti chi parla! Ti dai arie da capo, ma sappiamo tutti che te la fai sotto per ogni cosa. Sai come ti chiamavamo quando ancora potevamo andare là dove ora tu vorresti tornare? Tu per tutti noi eri “Toni il cacasotto”. Diteglielo anche voi o siete diventati pieni di boria come lui?
Fu di nuovo silenzio.
Gli altri fissavano un punto indefinito della stanza, ognuno un punto differente. Sembrava che nessuno avesse il coraggio di inserirsi nella discussione e allora se ne stavano sguardo al vuoto e bocca chiusa. Qualcuno respirando allargava le narici in un modo esagerato, come se cercasse di incamerare una grande quantità d’aria che alla prima occasione avrebbe liberato.
In due sedevano sullo stesso sgabello, alto da far tenere le gambe penzoloni. Fissavano due punti opposti, ma dondolavano la gamba destra allo stesso identico ritmo. Sembrava battessero in tempo della stessa canzone, la condividevano nella testa e la battevano con la gamba.
La Rossa fissava la lampadina che penzolava da un filo che usciva dal soffitto. Teneva la testa alta, sembrava osservare con attenzione la pallida luce che liberava la lampadina e questa le rendeva lo sguardo colorandole gli occhi di una specie di rosso e amplificando ancora di più il pallore del volto.
Tacevano.
– Invece di guardare in giro, manco ci fosse verifica, perché qualcuno non dice a questa stronzetta che noi non abbiamo paura proprio di nulla. Che noi là dentro ci vogliamo tornare e ci torneremo con o senza di lei. Rossa, non è tua amica questa scema? Stavate sempre insieme, facevate coppia fissa. “Le inseparabili”. Non hai proprio niente da dirle? Non hai voglia di ricordarle cosa ci è successo e del patto che ci siamo fatti? Non avresti voglia una volta, una sola, di farti valere con lei? Sei una stupida bimbetta anche tu?
– Smettila Toni, te la prendi con lei, ma è con me che lo dovresti fare. Ho detto che là non ci torno e non ci tornerò. E poi che c’entra il patto? Ci siamo giurati con il sangue e con lo sputo amicizia e fedeltà, non abbiamo giurato di vendicarci. Se vuoi la vendetta, arrangiati, io non sarò mai dei tuoi. E tu Rossa non dargli retta, è la rabbia che lo fa straparlare.
– Ci hanno tolto quello che era nostro, ci hanno impedito di andare dove amavamo andare e tu non vuoi vendicarti? Non vuoi riprenderti quello che era tuo, nostro? Ma che cosa sei diventata, una mammola sempre pronta a obbedire? Lo diceva mio fratello che non ci si deve fidare delle femmine. Sembravi diversa sai? Sei come tutte le altre, quelle che hai sempre disprezzato e non hai mai voluto far entrare nella nostra banda.
Fu allora che sentirono il suono di una sirena e contemporaneamente un fortissimo frastuono. Il rumore di pale di elicottero, improvviso e chiarissimo, proprio sopra le loro teste. Il primo istinto fu quello di nascondersi sotto i due tavoli e le sedie accatastate nel garage, ma seguirono una voce che da fuori intimava loro di uscire.
Pensarono subito che il loro piano criminale fosse stato scoperto, ma appena usciti scoprirono una realtà ben diversa. Un grande incendio stava distruggendo tutto, tutto quello che avevano già perso una volta, non sarebbe mai più stato loro.
Anni di infanzia in fumo.
– Hai visto Toni? Non devi più vendicarti. Venite, andiamo a casa, saranno preoccupati.

 

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Trovato nella posta

Ieri il funerale di Amedeo. La chiesa era piena. Parenti e amici, reduci, il tricolore, il berretto da paracadutista sulla bara, due preti rigidi a celebrare senza un minimo di partecipazione – morire a novantacinque anni non è poi un fatto così tragico – due giovani paracadutisti mandati a leggere la preghiera fascista del Corpo, dalla Toscana, a testimoniare un senso della vita, quasi superiore, di chi tra il bianco della tela e l’azzurro del cielo offre la vita alla Patria e a testimoniare che Amedeo era uno di loro, tra i più vecchi di loro.
Io sono riuscita ad arrivare in ritardo inciampata nel solito buco che inghiotte e fa sparire ogni volta un po’ del mio tempo.
Amedeo ha avuto due mogli. La seconda era mia zia, la prima è morta a quarant’anni. La bara non è andata sotto terra come a me sembrerebbe naturale, ma in un loculo, acquistato per tempo proprio accanto alla prima moglie. La seconda, mia zia, più sotto, più a sinistra.
Eravamo tutti vecchi, meno Nicola, figlio di mia cugina. Eravamo tutti più vicini a quella bara che a quello sguardo un po’ smarrito di chi ha la vita davanti ma non sa dove guardare.
E poi le carte, il notaio, l’eredità, i parenti diretti che bisogna contattare, la collanina e l’anello di fidanzamento della zia e Hanna, la badante che “Si comporta come fosse la moglie” dice una, che non sa che Amedeo le aveva chiesto di sposarlo. E poi proprio Hanna distrutta, preoccupata per il futuro che però ha in mano un foglio di un’agenda: “Io Amedeo  Solesin lascio tutto ad Hanna e a Roberto” . “Decidi tu Roberto cosa è giusto fare”.
Amedeo non aveva figli io ne ho due. Lui ha compiuto il suo dovere di uomo e di paracadutista. Dell’uomo è rimasta roba inutile e qualche quattrino, del paradutista un cappello rosso. Di me resteranno i miei figli che potranno continuare a lasciare figli, cose inutili e quattrini e berretti da paracadutista.

 

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Ode ai miei fianchi

Seduta sul bordo del letto, dal mio lato, osservo i miei fianchi. Posso vederli perché sono piegata e nuda. La schiena è curva per il dolore e sono nuda, come sono nudi i vecchi. Non sono larghi i miei fianchi, forse non ricordano più la culla che sono stati. La pelle che li tiene insieme ha perso anch’essa la memoria. Erano stati giorni, quelli, memorabili, tanto memorabili da essere dimenticati.  Ora resta quello che vedo: due fianchi senza sesso, persa ogni potenza, perso ogni clamore.

 

 

 

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Settembre.

A settembre succedono sempre tante cose.
La soia è diventata quasi rossa e passando accanto all’argine scuoto nuovi fiori, rossi anch’essi, ma di un rosso più sincero.
La casa sulla destra, prima del ponte, è quasi conclusa, ma non come la mia vita.
Mille nuove storie stanno per cominciare tra quelle mura come tra le mie pieghe. Perché sono piegata e amara e sfinita di un urlo che fai tra le mie tempie.
Lasciami stare, fammi riposare e riposa anche tu. Cerca un bacio dalle mie labbra e stringimi.
Invece di odiarmi perdonami, perché ormai le nostre carni sono così mescolate da confondersi e la tua paura è la mia e la tua vita è la mia.

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Noia

Per me la vita ha a che fare con un una serie alfanumerica assolutamente casuale.
Dio ha il sacchetto dei numeri e delle lettere, tu la tua cartella e i tuoi fagioli.
Novanta numeri, una ventina di lettere, mica di più. E tutto si compie.
Potrebbe anche essere come per la lotteria di capodanno, c’è un bambino bendato che estrae palline dall’urna e così con lettere e numeri si compone il tuo biglietto, la tua vita.
Oppure è come nello Scarabeo. Peschi otto lettere e devi comporre una parola da inserire nel tabellone. Lettere di merda, vita di merda.
O forse è una serata al tavolo della roulette. Trentasei numeri e varie combinazioni da evocare. Me li immagino i più furbi a segnarli in ordine di uscita.
Tanto perderemo tutti.

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Continuo a guardare.

Mi girai nella direzione che guardava la voce della donna. Sì, era l’uomo per lei, con tutti i nervi nei posti giusti. Un uomo che le consentiva la battaglia, che la irritava se necessario, a volte la faceva soffrire. Lei era una specialista di certo tipo di sofferenza.
Avevano concepito quei quattro figli con la forza del desiderio e della passione, li avevano offerti al mondo. Un dono, il loro. Tutti e quattro, uno dopo l’altro senza il minimo dubbio, solo certezze.
Arrivò con lunghe falcate sulla sabbia calda. Per un secondo incrociai il suo sguardo.
Baciò la bambina che si era tolta gli occhiali, prese un telo dalla borsa che aveva portato la donna e si sdraiò al sole.
Non posso dire che fosse bello, ma tutto di lui rimandava a qualcosa di grande, di divino. Non c’erano sbavature nel suo corpo e lo sapeva. Doveva essere un amante scostante, di quelli che non ti accontentano mai, ma che poi diventano necessari.
“Vado a fare il bagno.” disse con una voce morbida e bassa.
Lei lo seguì. Camminavano uno accanto all’altra. Lui alto e riccio, lei più minuta e nervosa.
Passarono accanto ai tre figli impegnati nella buca, mentre quella che aveva tolto gli occhiali restò accanto al lettino dove fino a un minuto prima stava sdraiata la madre, quasi a sorvegliarne l’assenza.

Fu allora che ti sedesti accanto a me, facendomi spostare un po’ più in là sul lettino.
“Posso sapere a cosa stai pensando?” Io ti risposi sorridendo “Andiamo, ora è tardi davvero.”

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Guardo e scrivo.

La prima volta che li ho visti è stata anche l’ultima, l’unica.
Prima ho visto lei, mi era sembrata triste. Indossava un gonnellone verde lungo fino ai piedi e una canottiere scura su di un torace magro, quasi ossuto. Sulla spalla destra teneva una grande borsa da spiaggia che appoggiò sul lettino, quello accanto a me.
Si girò a guardare un po’ stizzita il gruppetto che la seguiva. Quattro, erano i suoi figli.
Il più piccolo frignava perché non riusciva a portare la sacca con i giochi da spiaggia. La femmina sui sei anni aveva un costume intero che sembrava d’altri tempi, con dei volant di tulle per spalline. Lo portava con orgoglio mentre con passo deciso si dirigeva verso il mare informando la madre che avrebbe fatto subito il bagno. Teneva con entrambe le mani una pala enorme con un lungo manico di legno. Seguiva l’altra femmina. Gli occhiali da vista neri e tondi la facevano sembrare molto seria. Aveva due gambe magre e lunghe, in mano una borsa troppo pesante che trascinava lasciando una scia sulla sabbia. Il maggiore completava il quartetto. Era un ragazzetto sui tredici, con i capelli lunghi, la bocca grande un po’ imbronciata. Portava sulle spalle una grande sacca che lasciava uscire delle pinne. Aveva un fare da grande, quasi da adulto.
Arrivarono tutti dalla madre e abbandonarono accanto a lei i loro fardelli.
La donna sfilò la canottiera e il gonnellone restando in costume. Il corpo abbronzato era magro e non mostrava traccia delle gravidanze. Tirò fuori un pareo dalla borsa da spiaggia, lo stese con cura sul lettino e ci si sdraiò sopra, abbandonata, quasi sfinita. Il più piccolo in un attimo le fu sopra. Lei lo accolse tra le braccia. Un secondo e arrivò la bambina con gli occhiali, si inginocchiò accanto al lettino e appoggiò la testa vicinissima a quella della madre. In un attimo tutti le furono accanto. Sembravano animaletti accorsi per un richiamo. Il maschio grande si sedette sulla sabbia e sussurrò qualcosa all’orecchio della donna che non parlò, si limitò a guardarlo sorridendo. La bimba col costume d’altri tempi disse che voleva fare una buca gigantesca e si allontanò, fermandosi però poco distante. Il fratello maggiore la seguì, arrivato accanto si fece dare la grande pala e cominciò a scavare con forza. La bambina allora cominciò a scavare con le mani.
Dopo qualche minuto il piccolo si sciolse dall’abbraccio della madre e si diresse verso i fratelli inginocchiati a scavare.
“Se solo ti azzardi a toccare te la faccio pagare cara!” Lo ammonì il maschio grande. Il piccolo non disse una parola e si accovacciò un po’ più in là a guardare senza dare fastidio.
La sorella con gli occhiali, li tolse, li mise nella borsa della madre e le li sdraiò accanto. Era tutta sua.
“Ecco, arriva papà.” Disse la donna. La bambina le si strinse ancora di più contro.

Mi sono voltata anche io nella direzione dello sguardo della donna.
“Dai, è tardi, andiamo.” Hai detto tu.
Ti ho seguito, mansueta.
Da qualche tempo la mia vita è piena di storie non concluse. Non saprò mai nulla di quell’uomo, della sua voce, del suo amore per lei e per i suoi figli. Non saprò come nuota né come sorride.
Da qualche tempo le storie posso solo immaginarle.

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Figli delle stelle.

La prima volta che l’ho visto era in mutande e anche io ero poco vestita.
Una stupida festa di carnevale ci aveva fatto incontrare. Io scimmiottavo Marlene Dietrich, lui un improbabile uomo in frac che aveva dimenticato i calzoni.
Sorrideva e mi guardava. In realtà guardava le mie chilometriche gambe, non me.
Le guardava e rideva.
Io invece vidi il suo sguardo e anche la sua risata e me li ricordai.
Lo rividi che era primavera a casa di amici, una bella casa di campagna dove organizzavamo feste alcoliche.
Arrivò con due amici, due stronzi che abitavano vicino casa mia.
Lo vidi e feci di tutto per non farmi notare, non volevo che mi vedesse, avrei voluto essere invisibile. Credo fosse paura, una paura che mi ha sempre accompagnata, quella di essere guardata senza essere veramente vista. Non dovetti restare nascosta per molto, dopo poco lasciò la festa con i suoi amici e qualche bottiglia di vino che avevano deciso di portare con loro come souvenir.
Era uno stronzo, stronzo quanto i suoi amici stronzi.
La terza volta che lo vidi fu l’estate successiva. Lo vidi per una settimana intera. Si aggregò all’ultimo minuto al gruppo con cui sarei andata in vacanza. Una settimana intera a fare l’invisibile sarebbe stata troppo. Decisi di provare a far diventare lui invisibile, a non guardarlo, a non parlargli, a non ridere delle sue battute, a non nominarlo. Ottenni il risultato sperato. Non mi guardò per l’intera settimana e tanto meno mi vide. Riuscii anche a passare inosservata un’intera notte sotto un cielo stellato come mai, sdraiata accanto a lui sulla sabbia ancora tiepida dal sole, cantando sottovoce io, a squarciagola gli altri, “Figli delle stelle”.
Da allora sono passati trentasette anni e non mi ha ancora vista.

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La prima volta.

La prima volta che l’ho incontrato ho pensato che sarebbe stata anche l’ultima.
La musica che ascoltava in macchina era pessima. Sono molto sensibile, la brutta musica mi irrita.
Sono salita nella sua auto, sul sedile accanto al suo. Nel farlo ho chiesto permesso e lui si è messo a ridere. Ha riso e basta, poi si è fatto serio e ha cominciato a guardarmi. Dovrei dire a squadrarmi. Dopo alcuni secondi di silenzio è uscito con un “Cazzo non hai nemmeno una ruga intorno agli occhi”.
Non sapevo cosa dire e sono stata zitta. A pensarci meglio avrei dovuto rispondergli che preferisco complimenti di altra natura. Ma sono fatta così, perdo sempre le occasioni per parlare, meno spesso per tacere. Sì, perché io ho quella speciale abilità di non riuscire a fermarmi, parto ed è sempre come se le mie parole fossero una pallina su di un piano inclinato. Impossibile che mi fermi da sola. Di solito ci pensano gli altri a fermarmi con una sberla ben assestata in faccia o un pugnale conficcato da qualche parte.
Lui rise ancora e mi chiese cosa ci facessi con una rosa rossa e due libri in mano.
“Sono per te.” Risposi.
Scoppiò a ridere nuovamente. Nel farlo apriva molto, troppo, la bocca, che pur essendo bella aveva qualcosa di volgare. Volgari non erano le sue mani, grandi nodose, con un anello al pollice sinistro, una fede larga, d’argento.
“Hai fame?” Chiese. Risposi che avevo sete e che avrei bevuto volentieri qualcosa di alcolico. Rise di nuovo, mise in moto e partimmo.
Alzò il volume della radio, mi guardò e disse che era stato fortunato, non ero affatto male. E allora io, che tenevo ancora come un’idiota la rosa in mano, la misi tra i denti e avvicinai la mia bocca alla sua.
“Ti amo già” Disse lui. Proprio come un vero coglione.

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