Figli delle stelle.

La prima volta che l’ho visto era in mutande e anche io ero poco vestita.
Una stupida festa di carnevale ci aveva fatto incontrare. Io scimmiottavo Marlene Dietrich, lui un improbabile uomo in frac che aveva dimenticato i calzoni.
Sorrideva e mi guardava. In realtà guardava le mie chilometriche gambe, non me.
Le guardava e rideva.
Io invece vidi il suo sguardo e anche la sua risata e me li ricordai.
Lo rividi che era primavera a casa di amici, una bella casa di campagna dove organizzavamo feste alcoliche.
Arrivò con due amici, due stronzi che abitavano vicino casa mia.
Lo vidi e feci di tutto per non farmi notare, non volevo che mi vedesse, avrei voluto essere invisibile. Credo fosse paura, una paura che mi ha sempre accompagnata, quella di essere guardata senza essere veramente vista. Non dovetti restare nascosta per molto, dopo poco lasciò la festa con i suoi amici e qualche bottiglia di vino che avevano deciso di portare con loro come souvenir.
Era uno stronzo, stronzo quanto i suoi amici stronzi.
La terza volta che lo vidi fu l’estate successiva. Lo vidi per una settimana intera. Si aggregò all’ultimo minuto al gruppo con cui sarei andata in vacanza. Una settimana intera a fare l’invisibile sarebbe stata troppo. Decisi di provare a far diventare lui invisibile, a non guardarlo, a non parlargli, a non ridere delle sue battute, a non nominarlo. Ottenni il risultato sperato. Non mi guardò per l’intera settimana e tanto meno mi vide. Riuscii anche a passare inosservata un’intera notte sotto un cielo stellato come mai, sdraiata accanto a lui sulla sabbia ancora tiepida dal sole, cantando sottovoce io, a squarciagola gli altri, “Figli delle stelle”.
Da allora sono passati trentasette anni e non mi ha ancora vista.

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La prima volta.

La prima volta che l’ho incontrato ho pensato che sarebbe stata anche l’ultima.
La musica che ascoltava in macchina era pessima. Sono molto sensibile, la brutta musica mi irrita.
Sono salita nella sua auto, sul sedile accanto al suo. Nel farlo ho chiesto permesso e lui si è messo a ridere. Ha riso e basta, poi si è fatto serio e ha cominciato a guardarmi. Dovrei dire a squadrarmi. Dopo alcuni secondi di silenzio è uscito con un “Cazzo non hai nemmeno una ruga intorno agli occhi”.
Non sapevo cosa dire e sono stata zitta. A pensarci meglio avrei dovuto rispondergli che preferisco complimenti di altra natura. Ma sono fatta così, perdo sempre le occasioni per parlare, meno spesso per tacere. Sì, perché io ho quella speciale abilità di non riuscire a fermarmi, parto ed è sempre come se le mie parole fossero una pallina su di un piano inclinato. Impossibile che mi fermi da sola. Di solito ci pensano gli altri a fermarmi con una sberla ben assestata in faccia o un pugnale conficcato da qualche parte.
Lui rise ancora e mi chiese cosa ci facessi con una rosa rossa e due libri in mano.
“Sono per te.” Risposi.
Scoppiò a ridere nuovamente. Nel farlo apriva molto, troppo, la bocca, che pur essendo bella aveva qualcosa di volgare. Volgari non erano le sue mani, grandi nodose, con un anello al pollice sinistro, una fede larga, d’argento.
“Hai fame?” Chiese. Risposi che avevo sete e che avrei bevuto volentieri qualcosa di alcolico. Rise di nuovo, mise in moto e partimmo.
Alzò il volume della radio, mi guardò e disse che era stato fortunato, non ero affatto male. E allora io, che tenevo ancora come un’idiota la rosa in mano, la misi tra i denti e avvicinai la mia bocca alla sua.
“Ti amo già” Disse lui. Proprio come un vero coglione.

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L’ultima volta

L’ultima volta che l’ho visto è stata davvero l’ultima.
Uno non lo sa, ma quando l’ultima volta comincia, poco a poco lo capisce che sarà l’ultima, un po’ alla volta i segni si mostrano e la verità si disvela.
Era vestito malissimo, peggio di un prete che ha fatto voto di povertà. Una maglietta blu con un enorme alone di sudore, sotto a un abito anch’esso blu, con una macchia d’olio sul risvolto del collo, a destra. Ai piedi, orribili mocassini neri indossati senza calze. Non odorava nemmeno di buono.
Avrei dovuto darmela a gambe subito, ma a volte mi prende un incontrollabile desiderio di brutto, di disfacimento e morte, e sono rimasta.
Lo spettacoloso era grottesco, un gruppo di omuncoli e donnucole convinti di avere l’eternità.
Ma la peggiore, la più ridicola e idiota ero io, una donnetta di mezza età a correre dietro a un mistificatore di realtà. In poche parole un ultimo incontro tra due poveri, ridicoli stronzi.

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Maratone.

Quarantadue minuti sul runner a guardare sul monitor quelle che correvano quarantadue chilometri. Io mi commuovo ogni volta che vedo un traguardo tagliato, un braccio alzato, il fischio finale. Mi sono commossa anche ieri per quelle gambe e quei piedi, quello sfinimento. Accanto a me un catalogo di umanità che vive un corpo che non ama. Siamo un corpo non amato, un difetto da nascondere, una omissione.
A destra uno che correva, ansimava e parlava al telefono. Appoggiava male i piedi e sudava. Si capiva che non gli piacevano i suoi capelli lunghi e radi e la sua pancia che ballava a ogni passo. Cercava di nasconderlo ostentando un “Odio tutti” sulla cover del telefono.
A sinistra quella che sembra una ragazzina timida. È magra come un chiodo, ha uno sguardo velocissimo. Ha una pelle bianchissima. Non va mai al mare, perché al mare si sta seminudi e lei vuole stare sempre vestita.
Al centro ci sono io che mi commuovo per tutti loro e per me stessa.

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Terapie

Ti ho ascoltato, figlio mio, ieri sera, in silenzio.
Parlavi con una bella voce che un po’ mi commuoveva, come mi commuove il vederti grande.
Ho messo tanto sangue, fiato, occhi, mani, smisurato amore.
Non ho potuto parlare e dirti, perché nulla si può dire a un figlio.
Se dicessi saresti altrove, se ascoltassi fraintenderesti.
Quello che so, quello che ho capito, è che nulla di te è per colpa mia o per merito mio, perché tu sei tu e io ti ho riconosciuto.

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Agli Alberoni. Un anno dopo.

Le donne spesso sono cretine, trascorrono le loro giornate a occuparsi degli uomini che hanno accanto solo per un senso di riconoscenza. Quelle due erano proprio così, li guardavano come si guarda a un figlio viziato cui si consente tutto. Spalmavano creme, rimettevano in pari camicie abbottonate storte, piegavano asciugamani. Tutto in cambio della possibilità di averli accanto, di non essere sole. I mariti egoisti, egocentrici e narcisisti continuavano a fare i figli e a lasciarle comunque sole.

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Tipi da spiaggia.

I vecchi sono soli ed egoisti, aspettano di vedere che la morte è toccata prima al vicino di casa, di letto, al compagno di banco, a quell’amore mezzo dimenticato.
La vecchia se ne fotteva altamente degli altri vecchi e dell’amore. Non li invidiava, provava semplicemente pena per loro. Non quella pena che ci accomuna umani, ma quella stronza che sta a cavallo del bivio tra l’indifferenza e il senso di superiorità.
Probabilmente aveva ragione lei. In gioventù doveva essere stata bellissima. Lo era ancora, era una bella vecchia. Forse è meglio non essere mai belli, meglio non fare i conti in quel modo col tempo che passa. O forse resta fissato per sempre nella nostra mente uno schema corporeo dettato da una situazione, un avvenimento, una frase giusta o sbagliata dell’infanzia, o chissà quando, che lo determina. Per sempre, noi, nella nostra mente saremo così. Bassi, troppo alti, esageratamente magri o grassi, belli, brutti, nasoni, culoni. Nulla di questo ovviamente corrisponde al vero, all’ immagine che rimanda lo specchio. Ma che ne potrà mai sapere di noi lo specchio? E poi siamo sempre noi a guardare e quindi a tradire, attraverso una percezione viziata da quell’imprinting cattivo o più raramente generoso. Potremmo mai vedere qualcosa di vero di noi stessi guardando quello specchio?
A quella vecchia dovevano aver detto che era bella e lei si era fidata, ci aveva creduto, aveva fatto sua quell’idea. Si guardava allo specchio e si vedeva bella, proporzionata, attraente. Una da guardare, insomma, da guardare e da desiderare. Probabilmente quell’idea continuava a resistere. Lo si capiva da come si muoveva in spiaggia, dal costume che indossava e che uscita dall’acqua cambiava con estrema naturalezza davanti a tutti. Non lo faceva per menefreghismo, quello che a una certa età o in certe situazioni viene. Lei vedeva bene il suo corpo, non le era invisibile.

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Cercasi burrone disperatamente

Venerdì scorso la bellezza ovunque, non riusciva proprio a nascondersi, non bisognava nemmeno cercarla. Era a disposizione di tutti. Si esibiva quasi volgarmente, quasi come una miss a un concorso di bellezza.
Bastava alzare gli occhi per trovarla nell’azzurro o nel bianco, bastava abbassarli per incrociarla nel giallo tenue.
Era una vera festa, un’epifania per i sensi.
La pelle non poteva che festeggiare per il calore e per il vento fresco, alle orecchie giungeva il suono più dolce del mondo (certamente non come la loro voce).
Tra le labbra il sapore dolce del sale (che è dolce quando sa di mare).
Il vento forte portava anche il tuo profumo.
Oggi la bellezza è morta, è stato un istante, ha perso l’equilibrio ed è caduta in un burrone (quello che vorrei per me).
Nemmeno un urlo. È morta, morta e basta.

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Dune

Una promessa tra le dune.
Sono dovuta andare via e non saprò mai se verrà mantenuta.
Sembra la vita.

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Cerco casa.

Sono fatta di battaglie e agguati.
Scontri senza paraurti.
Sono della materia del disordine e della ragnatela nell’angolo,
delle cose non trovate,
cuscini sudati e divieti di sosta.
Tenetevele pure le vostre case algide, asettiche come sale operatorie,
dove non si vede il sangue ma si sente il tanfo della menzogna.

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