Nuda proprietà

Ho fatto a pugni mille volte con questo corpo, altre mille ho finto di non averlo, mille volte ancora non l’ho riconosciuto. Ora credo mi resti ben poco d’altro ed è un’affermazione, te ne sarai accorto, che mette i brividi.  Ieri sono andata al mare. Ho visto centinaia di corpi di gente che come me usava gambe, pance, braccia, spalle. Ma di chi era tutta quella carne? Non ha alcuna importanza, quello che importa davvero, l’unica cosa vera veramente sono quei corpi, quella sostanza. E quando tutta quella roba non sarà più, nessuno più la  vedrà e quando tu non mi vedrai più io non sarò più.

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Fandango.2

Vorrei tenere un capo del fazzoletto. Tu dovresti tenerlo dall’altra parte e ballare con me tutta la notte.
Noi non ci teniamo per mano, è un ballo più difficile il nostro ma io lo preferisco.
Possiamo legare il fazzoletto al polso, tenerlo con due dita, stringerlo forte fino a sudare.
La distanza è apparente.
Noi abbiamo un fazzoletto che mi resterà se tu dovessi lasciarlo o che cadrà per terra se entrambi smettessimo di stringerlo, ma resterà.

… ma esistiamo io e te

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L’orecchio assoluto

Tanto nessun legame si costruisce con le parole.

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Oceano

Domenica sono morta. Non vi inganni il fatto che io scriva, sono morta davvero.
Non è stato un vero e proprio suicidio, è stato piuttosto un fatto inevitabile, è accaduto per mia volontà, ma non solo mia.
Giaccio riversa sul letto. È proprio vero che la fine è lo specchio di chi siamo veramente. Basta uno sguardo per capire la mia pasta, la mia natura, la mia pochezza.
I capelli scompigliati sul cuscino, incollati dal sudore raggelato a ricordare il disordine, il caos. La bocca socchiusa ha liberato l’ultimo respiro e non rimanda ad alcun sorriso o bacio. Tengo gli occhi chiusi, serrati, come durante tutta la vita.
E poi il corpo abbandonato, pesante, senza luce, perso nel bianco del letto.
Nell’epigrafe voglio una foto da morta.

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Fine luglio

Quello era il giorno giusto per morire. I segni c’erano tutti.
Aveva aperto gli occhi dopo una notte incapace di farle dimenticare il male e il male si era fatto subito riconoscere. L’orologio del telefono segnava le sei zero quattro, ma nessun segno di alba in vista. Sembrava che il giorno non volesse arrivare consapevole della sua inutilità. In cimitero avrebbe avuto il suo momento di gloria, avrebbero attaccato alla lapide quel trentuno luglio 2016 accanto alla data di nascita. Chissà se qualche sconosciuto avrebbe fatto passando davanti la tomba la differenza tra quelle date, il calcolo per vedere l’età di quello che ormai era solo un cadavere dentro una cassa sotto un cumulo di terra.
Si alzò e decise che valeva la pena preparare il caffè e fare almeno una colazione leggera. Mangiò in fretta come se dovesse scappare al lavoro. Quello che la aspettava invece era il divano del soggiorno, quello nero, vecchio ma comodo.
Faceva caldo anche se fuori c’era un gran vento che strapazzava le canne del giardino della casa davanti. Le vedeva e ne sentiva il fruscio. Poteva vedere il vento con gli occhi e sentire i suoi effetti con le orecchie, ma nulla arrivava alla sua pelle.
Sì, era la giornata giusta.
Le venne in mente la storia che le aveva raccontato Giuseppe che era un gran dispensatore di consigli solitamente sbagliati. Un giorno un suo amico gli chiese quale fosse secondo lui il miglior modo per suicidarsi, quello che garantiva il risultato. Giuseppe rispose che senza dubbio se avesse deciso di farla finita si sarebbe legato una gran pietra al collo e si sarebbe buttato dal ponte dentro il fiume.
Il giorno dopo l’amico poté dimostrare l’efficacia del metodo suggerito da Giuseppe.
Anche lei doveva farla finita, ma là, sdraiata sul divano nero in balìa dell’afa le pareva troppo faticoso uscire, cercare la corda, la grossa pietra e il ponte sul fiume.
Decise allora di ricominciare a fumare scegliendo così un metodo per morire altrettanto sicuro ma meno faticoso.

 

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Agli alberoni

Quando ero bambina mi chiedevo se i sapori delle cibi fossero uguali per tutti, ieri agli Alberoni mi sono chiesta se anche la vista sia uguale per tutti: se il rosso sia lo stesso rosso per tutti e se il colore della coda del fagiano che vedo spesso al parco sia proprio uguale per tutti quelli che, come me, vanno a camminare e lo incontrano. Mi rendo conto che potrei allargare la questione a tutti i sensi, ma non mi interessa farlo, non ora. Quello che vorrei dire è che ieri sono andata al mare. Sono andata agli Alberoni che è un pezzo, anzi la fine, del Lido di Venezia. Non ci andavo da un’eternità e quindi i miei occhi, il mio sguardo, era quasi pari a quello dei turisti che in quel posto non ci sono mai stati. Temo che quel “quasi” faccia una bella differenza, ma facciamo che non sia così, facciamo finta che io abbia  visto quello che hanno visto i francesi dietro e i russi accanto, che il mio sguardo non fosse caricato da alcuna suggestione suggerita dalla memoria. Se così fosse ieri ho visto una gran bel posto, quasi fuori da questo mondo e non so nemmeno spiegare perché. Credo che molto abbia a che vedere con la luce che contraddistingue Venezia e quell’aria che assumono le cose animate e quelle inanimate che si trovano laggiù. Quegli “alberoni” suonavano forte e pure la risacca aveva un rumore speciale per non parlare del cielo e del sole che bruciavano gli occhi. La sabbia non era proprio bianca e richiamava l’oceano. Al bar la musica della mia gioventù e l’odore delle docce sapeva di capelli lavati con lo shampoo. La gente sembrava incurante di tutte quelle cose e fingeva una naturalezza che non provava. Stare con il costume bagnato non mi piace e ancor meno piaceva alla spagnola tre passi più avanti sulla destra che cambiava il costume a ogni bagno proteggendosi dagli sguardi con un telo bianco. Non sembrava affatto spagnola. Era alta, magra, bionda, aveva due piedi lunghi e storti e un marito ancor meno spagnolo tanto era bianco. Avranno avuto una settantina d’anni. Dopo un paio d’ore, quattro bagni e altrettanti cambi di costume  hanno cominciato a raccogliere le loro cose e a metterle in una bella sacca blu con ricamate tante ancore bianche. La donna aveva anche una borsa estiva di paglia bianca. Da una tasca ha preso il rossetto che ha distribuito sulle labbra. Lo ha fatto con pazienza e cura, senza bisogno di uno specchio. Rossetto rosso, almeno per me.

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Nothing is real

Questa notte, come quella scorsa e quella prima ancora, non ho dormito, ma ho continuato a rigirarmi nel letto battagliando con i cuscini. Vorrei avere memoria precisa dei pensieri che ho fatto perché mi sembravano belli. In realtà non ho pensato a belle cose, non lo faccio mai, ma i pensieri filavano lisci, perfettamente coerenti e le parole nella mente avevano un potere che non avevo mai sentito. Verso l’alba mi sono addormentata e al risveglio, dopo poco più di un’ora, avevo perso tutto. Avevo preparato anche un bel discorso, due in verità, uno per me stessa e uno per un uomo che tanto non avrebbe mai ascoltato. Il primo lo ricordo abbastanza, del secondo ho solo pochi frammenti. Stesa sul letto ho cercato in tutti i modi di rintracciare quel filo di pensieri baciato dalla logica, dalla giustezza. Ho chiuso gli occhi, ho respirato lentamente, ho finto di risvegliarmi. Nulla. Solo piccole tracce, briciole. Allora mi sono alzata e ho fatto colazione con la solita marmellata di arance, e il caffè. La mia è una vita talmente sciocca da passare inosservata, eppure mi ostino a mettere nero su bianco, a scriverne, qui, alcuni passaggi, a cercare di imbrogliarmi raccontandomi una storia che non è la mia. La notte non dormo perché penso alla mia storia, alla mia vita inventata e mi perdo come in un intrico di strade. Bisognerebbe guardare alla bellezza o all’orrore, all’amore o all’ingiustizia, alla fedeltà, all’amicizia o alla menzogna invece di ricamare pensieri e inutili scritture. Bisognerebbe dormire, riposare tranquilli stanchi del lavoro e in pace col proprio corpo che invecchia, che allontanandosi si fa sempre più presente. Pensavo a quella foto: una manata nera sulla guancia e quel cappello che mi ha regalato io so chi e a tutte le altre che non ho mai guardato con attenzione, alla faccia che avevo, alle mani e ai piedi che solo oggi conosco senza riconoscerli. A questo punto è tutto inutile e io ho perso il filo definitivamente. Spero di dormire.

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Venissa

C’era vento, forte. Le onde erano alte e ho avuto paura. La laguna sembrava mare. La barca correva veloce, pareva potesse volare. Stava arrivando la sera. Ad Ovest il cielo scuro parlava di pioggia, forse di lampi e di tuoni. Proprio come me che ho una tempesta pronta dietro ogni pensiero. Dovrei calmarmi. Dovrei cercare un posto riparato lontano dalla battaglia, un posto da cicale e grilli, da trifoglio e fuoco caldo, di quello che non brucia, provare a dimenticare tutti i segreti anche quelli più profondi, che fanno male. Una volta ero brava, vivevo di pane e acqua, tiepidi sorrisi e amori leggeri. Ma ero giovane, che ne sapevo io, come avrei potuto immaginare?  Ecco il campanile storto, la strada è ancora lunga e fa quasi freddo. Tu mi hai guardato e mi hai sorriso. Ho baciato quel sorriso milioni di volte e tu hai baciato il mio sempre senza conoscerlo.

 

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Modo indicativo

Mi chiamava Love perchè la parola amore è troppo impegnativa. Mi regalava libri,  null’altro che libri, solo parole, di altri. I libri che scriveva invece non me li regalava e comunque, li avessi letti, non vi avrei trovato una sola parola per me. È difficile non avere  altro che parole in comodato d’uso. Io per lui ne ho spese moltissime, ne ho chieste in prestito, ne ho rubate e ne ho coniate. Ne ho ricamate, incise, scolpite, scritte, urlate e piante. Non ne ha ascoltata nemmeno una, o forse sì. Quel che è certo è che non ha mai capito nulla. Ci sono uomini incapaci di ogni minima forma di amore. Cuori di pietra, duri, gelidi, amari. Lui era così e io lo amavo. Amavo: tempo imperfetto.

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La disciplina dell’amore

Ho sempre pensato di essere una persona poco precisa, poco ordinata e disciplinata. Ho armadi arruffati e cassetti che è meglio non aprire. Ho pensieri alla rifusa,  cadute libere dell’umore, sonni difficili e rari, sono stonata e d’inverno ho le mani ruvide. Porto da anni capelli spettinati, non mangio più le unghie però. Mi trucco con approssimazione sperando si pensi che se mi truccarsi  potrei quasi sembrare bella. Ma ti ho amato con cura e dedizione, nulla dato al caso. Un amore perfetto il mio per te, senza una sbavatura o un errore di battitura, nessun riflesso grigio o abbagliante. Una finestra perfetta su un panorama perfetto, un profumo poco invadente ma sempre  presente, un balsamo  per capelli, timo  salvia e rosmarino.   Ho  lavorato  duro  come una  formica, una madre, un  pescatore, il mare  sulla roccia, il tempo. Tutto tempo perso.

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