Luce Ombra

Io sto nello spazio lasciato tra due parole, nella riga di mezzeria, al purgatorio, tra due materassi quando fai l’amore, nella pausa tra il primo e il secondo, nel tempo tra il lampo e il tuono, tra il tic e il tac, la veglia e il sonno, nel bracciolo tra i posti in aereo, sul foglio quando la penna scrive a scatti, nel tasto lungo della tastiera.
Da nessuna parte.

Pubblicato in Uncategorized | 5 commenti

Sangue.

La botta fu così dolorosa da provocarle un conato di vomito.
Il dolore la faceva sempre vomitare. Ogni centimetro del suo corpo aveva un collegamento diretto con lo stomaco.
Come ogni notte si era svegliata intorno alle tre e si era alzata per andare al bagno, al buio, buio totale.
Doveva percorrere tre lati del grande letto matrimoniale, fare un mezzo passo verso destra per non urtare il comodino e uscire dalla porta della camera da letto. Ancora un passo e mezzo in avanti e con la mano sinistra avrebbe toccato la porta socchiusa del bagno. Là uno spiraglio di luce entrata dalle tre righe della tapparella che si chiudeva male l’avrebbe accolta. Ma qualcosa andò storto.
L’urto fortissimo le provocò un taglio lungo e profondo. Il sangue usciva come liberato.
Tornò a letto. Decise che sarebbe morta così, senza una goccia di sangue.

Pubblicato in Uncategorized | 12 commenti

La custodia

La donna che la sa lunga le sta seduta, come ogni volta di fronte, sulla poltrona rossa che la fa sembrare minuscola. È una donna strana, minuscola ed enorme allo stesso tempo, con una voce che sembra uscirle dalle corde del collo per arrivare a quelle di ogni fibra del corpo di chi ascolta.
Quella donna sa di terra e di madre, ma anche di fulmine e battaglia.
Incarna in sé potenza e delicatezza. È come il vento, lieve e feroce, ristoro e dannazione.
Potrebbe sembrare un oracolo, ma non lo è. Non ha verità da offrire, sentenze, categorie.
Va da lei da qualche mese, per mettere un po’ di ordine a certe idee spettinate da alcune storie difficili che le attraversano la vita.
Va da lei, si siede sulla poltrona un po’ scomoda e comincia a raccontare un sacco di storie, un po’ belle, un po’ brutte, un po’ vere, un po’ inventate. Spesso mente, ma so per certo che se partecipasse ai campionati mondiali della menzogna arriverebbe seconda.

Pubblicato in Uncategorized | 12 commenti

Per fortuna.

Aveva dei piedi enormi, totalmente fuori misura. Sembrava le avessero messo quelli sbagliati, quelli di un uomo robusto alto due metri. Erano lunghi e larghi. Quando camminava le dita si aprivano quasi a dover conquistare quanto più terreno possibile. Sembrava lo divorassero. Dentro le scarpe, che le duravano integre pochissimi giorni, c’era un continuo movimento, un aprirsi scavare, chiudersi. I suoi piedi erano come i suoi pensieri: una incessante e inutile attività. Il continuo movimento li faceva sudare e lo strofinamento sulle scarpe provocava un tale attrito da dar vita a continue infiammazioni, visciche, calli. Le unghie erano dure e spesse, di un colore scuro come se fossero state pestate da un esodo. Lei cercava di nasconderne la bruttezza usando smalti colorati che pur essendo efficaci per nascondere il colore delle unghie, rendevano i piedi, quando erano nudi, ancora più visibili.

Ma per fortuna era ingrassata talmente tanto che quando stava in piedi il ventre diventato enorme non le consentiva di vederli.

Pubblicato in Uncategorized | 16 commenti

La nutrice.

Io sono come l’albero, mi faccio il cibo da me. Mi cibo di storie un po’ vere un po’ finte, di parole inventate o che ho immaginato di sentire.
Mi sono nutrita senza metterci tutto l’amore necessario e son cresciuta storta, un po’ grossa, un po’ sottile, delicata e pallida. Ho coltivato nelle occhiaie sguardi evitati o incerti e nelle orecchie, troppo distanti dalla testa, suoni ovattati come dal fondo del mare, come il canto delle balene.
Ho assaggiato di tutto, il dolce e l’amaro, il buono e il disgustoso. Ho scritto ogni cosa in un taccuino che non ho mai riletto. Ho una memoria assassina che cresce sulle dimenticanze di chi mi sta accanto e non sa nulla.
La donna qua davanti la sa lunga, sta seduta sulla sua poltrona e sembra fumi mentre mi dice che sono fortunata perché sono stata tanto amata.
“Che strano.” dico. “Non me l’hanno detto mai.”

image

Pubblicato in Uncategorized | 31 commenti

Girardengo.

Ė morto. Morto stecchito. No, non l’ho visto, non ho voluto vederlo. E poi l’idea dell’esposizione del morto è ripugnante, orrenda, una vera e propria barbarie.

Ha mangiato come un lupo, come al solito. Quelli che hanno avuto fame davvero mangiano così. Poi ha tossito in modo un po’ strano, come gli fosse andato di traverso.  Ha pensato di salire in camera per andare a riposare continuando con quella strana tosse. Si è coricato sul letto, su fianco sinistro con un insolito respiro. Poi ha cambiato colore, si è scurito, ogni secondo di più ed è morto.

Sulla bara il cappello rosso e la preghiera dei paracadutisti poco più il là, tra l’azzuro del cielo e il bianco della tela.

I morti sono così: eroi impagliati, macigni,  scampato pericolo.

Pubblicato in Uncategorized | 3 commenti

Sostanze stupefacenti.

Paolo è lontano ormai. Di lui mi è piaciuto tanto. Le sue gambe in modo particolare, in grado come erano di tenere un passo veloce dentro, ma fuori lento e compassato. Lunghe, con le ginocchia grosse da ragazzino scapestrato, ma ben nascoste dai calzoni seri. Mi è piaciuta la sua bocca all’apparenza sottile e nervosa, ma in verità morbida e dolce come quella di mia madre o di mio padre che ho amato – entrambi – appassionatamente, senza mai saperlo. Mi è piaciuta la sua cattiveria bambina, di quelle che perdono sempre. Era un perdente, uno schiavo, un sottomesso. Si descriveva con parole dure, non si amava. Credeva di avere una bruttezza in fondo al cuore che tutti potevano annusare, a volte venirne attratti, ma mai innamorati. E invece no, lui era bello, di una bellezza che non poteva capire e forse nemmeno io ho capito veramente. Non credo sia morto, starà là, al suo posto. E io lo penserò con amore e compassione, quella che forse sempre meritiamo.

Pubblicato in Uncategorized | 20 commenti

C’era una volta.

 

Molte vite non meriterebbero di essere vissute, ma raccontate sì.
Se dovessi raccontare questa storia basterebbero poche parole, più o meno queste:
lei era una stupida senza qualità incapace di costruire. Ne combinò di tutti i colori facendo solo male a se stessa. Poi stanca e forse un po’ annoiata decise di finire la sua esistenza volando dal diciottesimo piano, da un ristorante giapponese parecchio kitsch della sua città.
Ma a chi interesserebbe una storia del genere (a parte l’epilogo).

Pubblicato in Uncategorized | 23 commenti

Tisana galattogena.

Non era sempre stata cicciona, almeno fuori. Dentro sì.

Era stata una bambina magra per poi diventare un’adolescente grassa, una giovane donna magra e ora una donna grassa.

Era nata sottopeso ma aveva recuperato pienamente in pochissimo tempo, spinta da una frenesia all’allattamento della madre che orgogliosa mostrava ad amici e parenti la sua “bellissima bambolotta” che cresceva grazie solo ed esclusivamente al suo latte. Era talmente immersa nella parte che si sentiva l’unica fonte di nutrimento non solo per la figlia, ma per il mondo intero. Provava una tale gioia a vedere l’effetto del suo latte sulla figlia che per sei mesi dedicò ogni minuto della giornata e ogni pensiero all’allattamento e al modo più efficace per garantire una produzione adeguata.

Al compimento del sesto mese le passò. Anzi, trasformò quella maniacale attenzione alla crescita della figlia in una altrettanto maniacale attenzione verso il lavoro, gli amici, il proprio corpo e tutto quello che aveva dovuto trascurare per tanto tempo.

La cicciona era stata un’adolescente tranquilla.

I suoi genitori non avevano dovuto faticare con lei. Era stata una figlia desiderabile: sufficientemente studiosa, sufficientemente sportiva, sufficientemente bella.

I genitori si interrogano spesso sulla bellezza delle loro figlie.

Una volta la madre la guardò con attenzione e uscì con:

– Giulio, guarda come si è fatta bella nostra figlia!

Lei si voltò, fermando la mano sulla maniglia di casa, borsa in spalla, per sentire la risposta.

– Bella? Dai, sì.

La potenza delle madri è infinita, ma la catastrofe che può generare un padre è devastante. E’ il padre a classificare. Mai più nessuno, uomo o donna potrà cancellare quell’immagine di noi stessi cui il padre ha dato nome.

Completò il movimento della mano sulla maniglia, aprì la porta e uscì.

 

Pubblicato in Uncategorized | 14 commenti

Pellegrinaggi necessari.

Sedevo al banco su di uno sgabello alto in acciaio. La barista, quella bella con lo sguardo tagliente, sistemava bicchieri. Ne prendeva uno dal cestello della lavastoviglie, lo lucidava con un panno in modo da togliere ogni macchia d’acqua evitando di lasciare impronte e lo riponeva con precisione su di una mensola.
Io bevevo una birra. Non so nulla sulla birra, so solo che per piacermi deve essere bionda e amara. Con le donne è diverso possono essere bionde, scure o rosse, mi basta che siano amare.
Credo sia un’immagine triste quella di un uomo della mia età seduto da solo in un bar a bere birra.
A mio padre non piaceva la birra, andava al bar sotto casa e ordinava un calice di vino rosso. La barista sceglieva una delle bottiglie aperte e riempiva di vino il bicchiere senza rendere conto a mio padre quale avesse scelto.
Forse anche l’immagine di un uomo dell’età di mio padre che beve da solo, in piedi un calice di rosso è triste.
Mio padre era un uomo insolito, parlava poco, sapeva tutto di geografia, di storia e di lirica. Portava i capelli neri all’indietro. Da giovane era magrissimo, seguiva le corse dei cavalli, odiava ballare, cucinava benissimo. Credo non abbia vissuto la vita che voleva, ma chi di noi lo può fare?
Di mio padre so un sacco di cose, forse nessuna veramente rilevante per poter affermare di conoscerlo. In alcuni momenti credo di averlo intuito, ma era troppo difficile, credo lavorasse sodo per non lasciare nulla di scoperto.
Era di sinistra ma si divertiva a farsi prendere in giro da sua moglie, mia madre, che stremata dai suoi silenzi lo insultava dandogli del democristiano.
Era appassionato di scommesse, lotterie e concorsi a premi, però non esagerava mai. Giocava sempre con moderazione, sempre il minimo della posta. Solo per divertirsi, solo per sperare un po’, forse per sentire battere un po’ più forte il cuore.
Avevo quasi finito la birra e nessuna voglia di andare a cena con Franco e quei due suoi amici romani.
La porta del bar sulla mia sinistra si aprì facendo entrare un vento gelido insieme a un gruppo di giovani formato da tre maschi e due femmine. Una di queste era altissima e teneva al guinzaglio un cane che una volta entrato si accucciò obbedientemente ai suoi piedi. Fu allora che notai le scarpe della ragazza, erano verdi.
Ecco una cosa che sapevo di mio padre, ma riuscivo a realizzare solo in quel momento, al bar, con la birra quasi finita: mio padre aveva sposato una donna, mia madre, che al matrimonio, in chiesa, indossava un tailleur bianco sopra un paio di décolleté verdi.

Pubblicato in insonnia | Contrassegnato | 13 commenti