A pezzi

Chi sono lo si vede dalla mia faccia, come sono lo si capirebbe dalla mia pancia se una volta la guardaste. L’avreste vista tesa come pelle di un tamburo,gonfia come un otre allo spasimo, culla. La mia pancia è il riassunto della mia vita. E’ un buco, cicatrice dell’amore che ho avuto e pieghe, che mi ricordano che non sono altro che fango e sputo. Proprio come voi.

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Scrivere fa male

Paolo è lontano ormai. Peccato, mi piaceva tanto di lui. Le sue gambe in modo particolare, in grado come erano di tenere un passo veloce dentro, ma fuori lento e compassato. Lunghe, con le ginocchia grosse da ragazzino scapestrato, ma ben nascoste da calzoni seri. Mi è piaciuta la sua bocca all’apparenza sottile e nervosa, ma in verità morbida e dolce come quella di mia madre o di mio padre che ho amato, entrambi, appassionatamente, senza mai saperlo. Mi è piaciuta la sua cattiveria bambina, di quelle che perdono sempre. Era un perdente, uno schiavo, un sottomesso. Si descriveva con parole dure, non si amava. Credeva di avere una bruttezza in fondo al cuore che tutti potevano annusare, a volte venirne attratti, ma mai innamorati. E invece no, lui era bello, di una bellezza che non poteva capire e forse nemmeno io ho capito veramente. Non credo sia morto, starà là, al suo posto. E io lo penserò con amore e compassione, quella che forse sempre tutti noi meritiamo.

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25 aprile

Oggi è lunedì e canto un papavero
ieri un fiore giallo senza nome perché lo ignoro
come ignoro miliardi di altre cose dei fiori e del mondo
Tu come ogni oggi mi regalavi una rosa, rossa

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Tornare

Tornavamo da una giornata al mare. Guidavi tu perché io con le infradito non so guidare. Avevo i piedi freddi perché sparavi il condizionatore in basso. Stavamo in quell’abitacolo mondo avvolti dal nostro silenzio.
Era bellissimo. Facciamo le stradine, dicevi, che c’è traffico. Io annuivo, ma avresti potuto decidere qualsiasi strada perché guidavi tu e io di te mi fidavo.
Conoscevo bene quella campagna che sta tra il mare e la città, l’ho attraversata miliardi di volte e conosco ogni sfumatura del fiume che costeggia la strada, dei campi coltivati, del tramonto e della notte fonda.
La radio suonava e noi stavamo in silenzio. Io col pensiero anticipavo la strada, tu non so. Ti abbronzavi subito, io no. Pensavo che se ti avessi leccato un braccio avrei sentito il sapore del sale, ma non lo facevo. E allora mettevo la mano sinistra sul tuo ginocchio nudo che era liscio e bello e pensavo che ti amavo.

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La svolta?

Li sceglieva così, privi di gentilezza, di attenzioni, incapaci di usare la parola amore. Corpi e anime difficili. Pensava di meritarseli. Solo una volta le sembrò che le cose stessero andando diversamente.
Forse ogni tanto si formano degli angoli, dei cambi di direzione, vie di fuga inaspettate.
Quella volta le sembrò che si trattasse proprio di questo, che la via della svolta stesse svoltando.

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Infanzia

La prima casa che ho abitato era in una zona della mia città chiamata Cipressina. Abitavamo in via Pietro Vecchia, che a me pareva fosse una parola unica, “pietrovecchia”. Forse gli altri dicevano “Abito in via Vecchia”, forse con la v minuscola, a qualificarne l’età. A casa mia no, si diceva “via pietrovecchia”, una parola unica di senso compiuto anche se il senso non lo capivo. Ci sono stata fin poco prima di compiere cinque anni che ho compiuto nella casa nuova. Di quei primi anni ho qualche ricordo. Il più forte riguarda il giardino. Sì, perché a quei tempi i bambini piccoli stavano in giardino, con i fratelli o con i bambini più grandi, con le madri che ogni tanto si affacciavano alla finestra a controllare. Anche io quindi potevo stare in giardino, con mio fratello e gli altri bambini. Non ricordo esattamente quali giochi facessimo, quel che ricordo è il sapore metallico della ringhiera che seguiva la scala che conduceva al portone e il sapore dolce dei fiori del caprifoglio che si arrampicava sulla rete di recinzione del giardino.
Il sapore della mia infanzia tra il gusto di ringhiera e di caprifoglio.

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Immobile

Tutte le mattine percorrevo la stessa strada. Avrei voluto cambiarla, ma ai lati di quella strada cresceva tutto quello che mi può rendere felice. Avevo erba alta, fiori di campo, anche azzurri, papaveri e sicuramente qualcosa di magnifico che dall’auto in corsa non riuscivo a vedere.
Da qualche tempo ho il silenzio, provo a tenerlo come se fosse un ritmo forsennato, così veloce da non poter esser percepito, così veloce da diventare immobile, proprio come me.

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Parto trigemellare

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Quarantacinquesimo parallelo


Ci sono persone per ogni specialità o forse sarebbe meglio dire che ogni persona è specialista almeno in una cosa, lei sapeva guidare.
Guidava con pazienza e determinazione.
Divorava chilometri senza mai dare l’idea di essere affaticata.
Cambiava marcia con sicurezza e delicatezza, sembrava comprendere ogni sfumatura sonora del motore.
Sprofondata nel sedile, tenuto indietro per dare spazio alle gambe, mi portava ovunque, instancabile.
Parlava poco, fumava parecchio persa nei suoi pensieri. Io spesso mi addormentavo cullato dalla musica della radio e dal suo prendere la strada.
Un anno andammo ad Amsterdam con l’auto di mio padre, guidò sempre lei.
Io le stavo accanto cercando le indicazioni su una cartina stradale vecchissima che una volta aperta non riuscivo a ripiegare nel modo corretto.
La maggior parte del tempo la guardavo, osservavo ogni centimetro del suo corpo. Lei non se ne accorgeva, salvo qualche rara volta, e allora mi sorrideva e mi chiedeva di accenderle una cicca. Concentrata nella guida era ancora più bella e se parlava lo faceva con una voce ancora più armoniosa del solito. Spesso teneva una mano sul pomello del cambio e stringeva il volante con l’altra. Leggeva i nomi delle città nei cartelli stradali e i limiti di velocità, qualche volta cantava. A pensarci ora, io avrei potuto tranquillamente non esserci, sembrava viaggiasse da sola.
Forse con me lei si sentiva veramente sola o forse sola lo era veramente.
Ora mi viene in mente quella volta che andammo a Torino e facemmo il giro per Piacenza per saltare il traffico di Milano. Passammo sotto un gigantesco cartello che indicava che in quel luogo passava il quarantacinquesimo parallelo. “Guarda dove ti porto!” Disse. Io con lei sarei andato ovunque.

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6 aprile

Ho cambiato l’acqua ai tuoi fiori che erano ancora belli. Quelli gialli perché era quasi Pasqua, due rose bianche messe bene e quelle foglioline un po’ verdi un po’ gialle. Detto cosi non sembra granché, ma invece erano belli davvero. Ho pianto velocemente perché avevo poco tempo per piangere e perché ai compleanni non si piange. Poi ho fatto quelle cose dei vivi, ho guidato e ho preparato il pranzo. Tu che fai dopo che hai finito di far rifiorire le rose?

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