In nome del nome.

Mi chiamo Paolo. Chiamarsi Paolo non determina nulla nella vita. Forse avrei preferito avere un nome speciale o meno comune, ma sono contento così.
Penso alle persone che ho incontrato e ai loro nomi, a mio cugino che se l’è fatto cambiare perché quel “Calogero”, lui proprio non lo poteva pronunciare, ancor meno sentire.

Lei si chiamava Wanda. Chiamarsi così invece conta eccome.
Wanda era la figlia di quelli di sotto. La sorella stava di sopra. Insomma Wanda era la zia di Roberto, l’ amico di mio fratello. La ricordo bene. Io ero poco poco più che un bambino, lei aveva dieci anni tondi di più. Dire che ne ero innamorato non rende l’idea. Uno dei motivi del mio innamoramento era da imputare al nome, Wanda. Quella vu doppia mi faceva impazzire, era la rappresentazione del mio amore.
Quel nome aveva qualcosa di esotico, di misterioso. Era profumato, conturbante, quasi indecente. Wanda era bionda, aveva due grandi occhi marroni e una voce squillante, come solo una Wanda può avere.
Un giorno scoprii che piaceva anche a mio fratello che più grande di me di sei anni la guardava troppo. Io percepivo quello sguardo senza capire pienamente, lo vedevo, lo sentivo.
Una volta fummo ospiti a cena da quelli di sopra e venne anche Wanda, se non altro per aiutare la sorella con la quale condivideva solo la voce squillante anche se lo squillo era diverso. La voce della sorella era come il campanello di una bicicletta, la voce di Wanda era come una risata.
A tavola sedeva accanto a me, proprio di fronte a mio fratello che non smise un solo istante di guardarle i bottoni della camicetta.
Di me si curò poco, sembrava più interessata a mio fratello. Continuava a sorridergli toccandosi in continuazione proprio quei bottoni della camicetta che lui fissava.
Wanda lavorava in un albergo a Venezia. La mamma diceva che conosceva tre lingue e che sia io sia mio fratello avremmo dovuto studiarle con impegno.
Un giorno venne giù, a casa nostra, quella di sopra. Aveva degli occhi strani, da pianto. Mia madre mi disse di andare in camera mia e la fece accomodare in cucina. Non sentii nulla di quella conversazione se non il nome di Wanda e di un certo Walter che lavorava al porto.
Walter, ecco, fine della storia.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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38 risposte a In nome del nome.

  1. e poi dici che non ti piace scrivere pulp. questo e’ ancora di piu’, travalica noir, melo’, minimalista. bello, bello, bello (indipendentemente dal fatto che la storia sia reale o meno).

  2. tramedipensieri ha detto:

    °_°
    embè, e poi, dopo……
    no, non dirmi che sta storia è a puntate eh…
    Oppure……

  3. massimolegnani ha detto:

    Sei una bella testina!
    ml

  4. graziaballe ha detto:

    mi sa le questo duomo che c è io. te mi piace assai…è grave?
    no!!!

  5. Pavolo ha detto:

    Bello, ben scritto, avrei proseguito volentieri la lettura…

  6. rodixidor ha detto:

    Certo se poi non sei Paolo Rossi il nome non ti cambia molto. Bella questa Wanda con la voce come una risata. Bello anche il piccolo Paolo con i suoi ricordi giganti.Mi piace già l’ho detto. Che aggiungere ? Bello leggerti.

  7. rideafa. ha detto:

    o l’inizio.
    della storia.
    di un’altra storia.

  8. masticone ha detto:

    dove intitolare il post “Un pesce di nome Walter”

    ma perche non mi ami è?
    why?
    pecchè?

  9. newwhitebear ha detto:

    Meno male che non ti chiami Paolo. Avrei un concorrente nel nome e non mi sentirei sminuito dal ‘Chiamarsi Paolo non determina nulla nella vita. Forse avrei preferito avere un nome speciale o meno comune’.
    Wanda? Mi rocorda Wanda Osiris. Non so il perché ma mi è sembrata sempre una persona di basso livello. Forse soffro di manie di grandezza.
    Curiosa l’assonanza Wanda che piange Walter. Entrambi hanno la W.
    Al di là di queste battute, il racconto merita. Breve ma completo.

  10. stefaniazan8 ha detto:

    E poi? Soluziona su vai avanti che a me quella w di Walter mi intriga

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