Incontro (taglia e cuci).

Avete mai vissuto quei tre secondi di silenzio perfetto, pausa meravigliosa tra il canto delle cicale stordite dall’afa e quello dei grilli speranzosi di frescura?
Durano solo tre secondi, ma vorresti non riprenderne più fiato.

Fu subito dopo quei tre secondi che arrivò quel fischio a metà strada fra l’inizio dell’incontro e l’annuncio della fine dello scontro.

Le donne hanno un colore, un gusto, anche un odore, una musica, un suono, meno spesso un fischio.
Lei sapeva di fischio di treno, a volte di rotaie. Fu normale, quindi, incontrarla alla stazione alle undici precise come se ci fossimo dati un appuntamento.
La riconobbi subito. Stava appoggiata alla parete sotto il tabellone delle partenze, ad un tiro di sguardo che distribuiva qua e là distrattamente.
Tolsi gli occhiali da sole, quei ridicoli occhiali che proprio lei mi aveva convinto a comprare.
“Ti danno un’aria spiritosa, sembri meno noioso con quelli, comprali.” Mi aveva detto allora.
Sembrava tranquilla, stava in piedi bilanciata ora sulla gamba destra, ora sull’altra. Incrociai il suo sguardo, ma fu un attimo, un attimo sufficiente per vedere che era sempre bellissimo, scuro, beffardo.
La bocca equilibrata, di un tono anch’esso scuro, con il labbro superiore sottile e quello inferiore più carnoso, spinta in avanti come se sentisse la mancanza di una sigaretta o di un bacio. Sulle guance un segno di trucco.
L’insieme del volto era armonioso, l’insieme del corpo, il suo stare, l’ingombro, rimandavano a qualcosa di solido, di terreno, di umano.
Con lei erano stati tre anni di amore furibondo a inseguirla tra fotografie, alberghi e ore vuote. Aveva un modo teatrale di arrabbiarsi, di incolparmi per ogni cosa.
Con lei erano sempre coltelli arrotati, sommosse, sassaiole, un continuo agguato.
“Chiamami solo se hai un progetto importante, una rivoluzione!” Furono le ultime parole che disse prima di lasciarmi.
Ora stavo là a guardarla e uno alla volta mi tornavano in mente i nostri litigi, che litigi non erano. Com’era possibile che una donna così potesse avere tali momenti di squilibrio? Com’era possibile che un piccolo insignificante episodio per lei diventasse alibi per un dramma?
Una volta tornando verso casa dal mare, in auto, se ne stava silenziosa, imbronciata. Le chiesi scherzosamente a quale tragedia stesse rivolgendo i suoi pensieri. Lei con tono monocorde cominciò a raccontare, senza un attimo di pausa, quasi in trance:
“Hai visto quelli accanto a noi al mare? Lui le ha passato il vestito, un vestito da spiaggia, fatto a canottiera. Nel passarglielo si è accorto che era rovescio e allora l’ha raddrizzato.
Ha infilato tutto il braccio nella bocca del vestito , ha preso un lembo del fondo e lo ha raddrizzato. Non si raddrizzano i vestiti agli adulti, lo si fa ai bambini.”
Si fermò un attimo, per continuare.
“Secondo te lo si fa per l’amata?
Penso che a me non ha mai raddrizzato niente nessuno. Mai un abito, una gonna, un calzino.
Nessuno mi ha mai amata veramente.
Tu, ad esempio, tu mi hai versato l’acqua, più volte il vino, mi hai rimboccato le coperte, chiuso la finestra o la porta, ma mai ti sei preoccupato di raddrizzarmi un abito.
Ecco, nemmeno tu mi hai mai amata.”
Io tacevo e allora lei riprese:
“Ora invidio quella donna, quella sconosciuta che non ha esitato a denudarsi davanti a tutta la spiaggia. Ha tolto i reggiseno del bikini per sostituirlo con quello intimo, prima di andare a casa. L’hai notato?
Ha offerto a tutti la vista del seno, non bello in verità. Il marito le stava accanto e le porgeva l’abito, la guardava, con pazienza.”
La voce le si stava rompendo.
“Può un gesto così semplice esprimere tutto l’amore del mondo?
Posso io ora, sentire che mi manca tutto l’amore del mondo?
Posso sentire che mi manca il tuo amore?”
Mi ci vollero giorni per ricomporre un minimo di serenità, una tregua.

Assorto nei miei pensieri quasi non la guardavo più. Il passato, il tempo trascorso insieme si stava impadronendo di ogni mio muscolo bloccandolo.
Avrei voluto chiamarla, andarle incontro.
All’improvviso mi chiesi che cosa stesse facendo qua, in stazione. Cominciai a non ricordare nemmeno io che cosa fossi venuto a fare o dove dovessi andare.
Probabilmente aspettava qualcuno, magari un collega, forse un uomo.
Non avevo più cercato informazioni sul suo conto, avevo smesso da anni di farmi perseguitare dalla passione che mi legava a lei. Avevo smesso di cercare le sue foto sulle riviste o le mostre che un tempo ospitavano le sue opere e molte delle nostre giornate. Io dietro a lei, io a seguirla.
La fotografia era la sua vita, fotografava tutto. Mi tornò alla mente quella volta che discutemmo della mania che aveva di fotografare i letti sfatti.

“Un letto sfatto non è un semplice letto sfatto.” Mi diceva.
“Che ti serve? Tu fotografi i letti che sono stati tuoi per una notte e poi?” Le chiedevo.
“Ne voglio conservare la memoria perché voglio la testimonianza che sono sopravvissuta a un altro sonno, a un’altra notte.”
Cominciava ad alterare il respiro, ad infuriarsi.
“Un letto è una bara momentanea, un grembo, un campo di battaglia. Un letto sfatto porta i segni della mia e della tua momentanea morte, del nostro venire al mondo, dei nostri combattimenti, siano essi al gusto d’amore, di carne divorata o di incubo.
Hai mai osservato i volti delle cameriere ai piani? Sanno più cose di te da quel letto che hai lasciato sfatto di me che ti dormo accanto. Lasciami in pace, sei ottuso, non capisci niente.
Fu allora, alla fine di quel ricordo che mi vide. Sorrise. Mi venne incontro. Ci scambiammo due baci leggeri sulle guance. Non sapevo che dire. Ci pensò lei:
“Tanto ormai non arriva più. Che bello rivederti. Hai un po’ di tempo? Dai ti prego parliamo, mi sei mancato tanto.”

Uscimmo dalla stazione e ci incamminammo verso il centro, in silenzio, lei appoggiata al mio braccio.
Poco più avanti decidemmo di sederci sulla gradinata, quella che porta a dei giardinetti.
Accanto a lei su quei gradini bagnati, tra qualche vetro rotto, muschio marcio e gente che andava e veniva ero felice.
Si era macchiata i jeans di caffè, ma io amavo quella gamba macchiata e avrei voluto baciarla.
La gente ci passava accanto e ci guardava.
A metà della gradinata uno slargo consentiva di riposarsi dalla salita, ma chiedeva dazio servendosi di una pozzanghera enorme.
Chi saliva riusciva a schivarla, chi scendeva, ormai rilassato, ne restava ammaliato come fosse una sirena, una carta moschicida, una trappola ben congeniata e ci finiva dentro.
Osservai le sue scarpe, erano bagnate, aveva voluto beffare la pozzanghera e ci era entrata, salendo.
Io temo le lacrime, ma è della felicità molesta che devo avere paura.

Annunci

Informazioni su menteminima

Metto i baffi così non mi riconosco.
Questa voce è stata pubblicata in spritz. Contrassegna il permalink.

44 risposte a Incontro (taglia e cuci).

  1. Michele ha detto:

    Letteralmente stupendo 🙂
    (Perdindirindina e pure perbacco)

  2. tramedipensieri ha detto:

    Mai ho sentito/visto di un uomo che ha risvoltato nel giusto verso un abito o altro di una donna. Raramente pure i propri…figuriamoci….
    Ciò che hai scritto mI piace assai 🙂

    Buona serata
    .marta

  3. graziaballe ha detto:

    bel collage di pensieri…eheh! seguo con attenzione e memoria io!
    all’occorrenza giro vestiti, pantaloni, maniche e calzini (soprattutto) a pigri ed indolenti e ogni volta mi dico che è davvero un gesto d amore…che la voglia di buttare il cesto giu dalla finestra è sempre forte.
    eeehhh diverso è poter dire di girarli a chi ne ha bisogno! 🙂

  4. mobybic ha detto:

    ciao, tra una settimana su mimettoingioco.wordpress.com inizia la pubblicazione dei racconti di giugno, se ti va di partecipare puoi ancora inviare un racconto.

  5. pornoscintille ha detto:

    Stupendo. Mi capita di rado di leggere qualcosa con piacere, in rete. A un certo punto ho anche sentito il tuo piacere di scrivere, in particolare nella frase “A metà della gradinata uno slargo consentiva di riposarsi dalla salita, ma chiedeva dazio servendosi di una pozzanghera enorme.”
    Immagino che, mentre la scrivevi, non avevi i piedi per terra 🙂

  6. massimolegnani ha detto:

    Ci sono tre frasi che marcano la meraviglia del brano: l’incipit che fotografa un momento di sospensione, “la bocca equilibrata…spinta in avanti come se sentisse la mancanza di una sigaretta o di un bacio”, splendida immagine di lei, e le parole della chiusa che mi confidano una verita’ originale.
    ml

  7. rodixidor ha detto:

    Bellissima. Alcuni pezzi li riconosco come già letti ma inseriti qua, nell’insieme, assumono un altro valore, tutto scorre armoniosamente senza nessuna discontinuità. Ma quello che mi ha incantano è l’inizio costruito su punti di non equilibrio che si succedono: le cicale che diventano grilli, il giorno, la notte, le labbra della donna, l’alternarsi di equilibro su gamba destra e sinistra, i cambi di umore. E’ un’armonia da equilibrista, metafora della vita fatta di punti di non equilibro. Poi le tue consuete costruzioni deliziose, una per tutte la donna che sa di fischio di treno. Poi i cambi di ritmo di ritmo come in un pezzo jazz, la pazienza associata all’amore.
    Perfetto da fare invidia a chi crede di scrivere.

  8. newwhitebear ha detto:

    Mi hai sorpreso con questo bel miniracconto!
    Dovresti scriverne di più!

  9. uno scritto stupendo…bravissima 🙂

  10. L. ha detto:

    Non se ne vada, mi raccomando.

  11. intesomale ha detto:

    “io amavo quella gamba macchiata e avrei voluto baciarla.” bellissimo
    e pezzo di enorme sensibiità, stupendo… è cambiato molto il tuo modo di scrivere da che ho iniziato a leggerti un paio d’anni fa… e questo pezzo è fantastico.

  12. denizgunes ha detto:

    ma vaffanculo va sta puttana , che forse e’ pure maschio, se ti accontenti e credi di scrivere bene soltanto perche’ sti 14 coglioni te lo dicono, stai proprio messo/a male “tesoro”.

    ma veramente.

  13. denizgunes ha detto:

    e modera modera puttana, mi raccomando.

  14. maresole ha detto:

    uscendone impunito dico, tra l’altro chi parla (pirla) di ip e polizia postale farebbe meglio un attimino a informarsi sulle modalita’, i costi, e un sacco di altre cose 😉 detto questo, adieu.

  15. vaffanculo non ero io teste di cazzo xD

    e minKia pure!

  16. tra l’altro renditi/rendetevi conto che fate veramente caGare,,,,adesso,,,oltra alla censura (e alla banalita’ dei vostri leccaculismi reciproci) siete arrivati anche alla MANIPOLAZIONE delle INFORMAZIONI, per volgari o non condividibile che siano. e mi dovresti/e mancare xD?

    ci trovo PARECCHIO da ridere.

    e modera modera che fai prima e meglio.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...