Il controllo.

Io sono un codardo mascherato da cinico.
Ho fatto tante cose e ancora di più non ne ho fatte per paura di essere guardato o di passare inosservato, di essere frainteso ma anche di essere smascherato, riconosciuto.
Con Luisa non è mai stato così, con lei sono stato diverso, sono stato quello che si meritava e che meritavo.
Luisa mi ha fatto uscire da uno stato di torpore che ha accompagnato gran parte della mia vita nel quale sono tornato dopo che l’ho persa.
L’ho incontrata in una pasticceria. Lei beveva un caffè macchiato, io in verità ero entrato solo perché da fuori avevo notato una sagoma femminile irresistibile, la sua.
Luisa era conturbante. Non c’era nulla di volgare in lei ma il suo corpo, la sua bocca, il suo sguardo avevano qualcosa di indecente. Fu un attimo innamorarsene.
Luisa alternava momenti di dolcezza infinita ad altri di acidità violenta. Riusciva ad essere scostante in un modo insopportabile, talmente insopportabile che mi costringeva a trattarla male, a ferirla quando avrei voluto solo baciarla, ad allontanarla quando avrei voluto avere solo lei accanto.
Fin dal primo istante ho desiderato possederla, domarla, impossessarmi del suo corpo e della sua natura. Lei era odore di preda e al tempo stesso di pericolo. Con lei mi sentivo domatore e animale in gabbia.
Nessuna donna riusciva a convogliare tanti sguardi su di sé. Lei era la femmina da possedere, da conquistare, da ammansire, la femmina di cui essere schiavo. Avrei voluto tenerla rinchiusa in una stanza, che fosse solo mia, ma provavo anche un piacere quasi doloroso ad esibirla.
Quando andavamo al mare cercavo compiaciuto gli sguardi degli altri uomini su di lei, ne leggevo il turbamento. Lei si lasciava mettere la crema consapevole del gran numero di mani che avrebbero voluto essere le mie. Io mi perdevo nel contatto con la sua pelle, dei suoi fianchi torniti, con la sua schiena che aveva delle linee scolpite dai muscoli in un modo insolito per una donna e di quel collo che mi offriva sollevando i lunghi capelli neri. Si alzava leggermente sulle spalle, sollevava i capelli con entrambe le mani girava la testa per poter incrociare il mio sguardo sicura di trovarlo eccitato, perso e mi sorrideva. Allora si girava sulla schiena piegava le gambe e le apriva leggermente, sospirava profondamente sollevando il petto e mostrando un pezzo di seno bianco che inevitabilmente era uscito dal costume. Io allora avrei voluto buttarmi su di lei, perdermi tra le sue gambe, baciarla e scoparla come una furia sotto gli occhi di tutti. Lei lo sapeva, mi sorrideva conoscendo ogni angolo dei miei pensieri, mi tirava a sé e mi sussurrava all’orecchio qualche particolare su cosa mi avrebbe fatto da lì a qualche ora.
Mi toglieva gli occhiali, mi baciava le palpebre e scoppiava a ridere. “Ti amo.” Mi diceva.
Era a quel punto che io perdevo il controllo.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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16 risposte a Il controllo.

  1. rodixidor ha detto:

    Come non innamorarsi di lei …

  2. massimolegnani ha detto:

    Ossimori d’amore.
    Applauso e standing ovation.
    ml

  3. graziaballe ha detto:

    Tutto bello eh…ma una donna così può chiamarsi Luisa? che comincia presto finisce presto e di solito non pulisce il water?
    Magari Anna, che nella sua semplicità ha la curiosità palindroma. O Ines. Che so, butto là…
    Ma lo vedi?
    Talmente mi prende che sono pure rompina…Ma fa niente, lo sai, lo adoro lo stesso! 🙂

  4. newwhitebear ha detto:

    Il nostro codardo non era poi così codardo travestito da cinico. Primo perché l’ha abbordata al bar. Secondo, perché l’amava (ma sarà vero?). Terzo perché la mostrava come una preda agli astanti.
    Ci credo che poi sia entrato in crisi.
    Complimenti!

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