Zan le belle rane.

Era una specie di mostro.
La cosa più mostruosa, che andava ben oltre il suo aspetto, era che sorrideva in continuazione. Non era una smorfia, una posa della bocca o una paralisi facciale, che avrebbero reso più guardabile quel sorriso, era un sorriso vero e proprio.
Sorrideva felice per ogni cosa. Chi la guardava non poteva che chiedersi cosa mai ci fosse di gioioso e come si potesse in quelle condizioni trovare un motivo per sorridere.
Per non parlare poi di quella idiota della madre che aveva partorito la figlia mostro a sedici anni, dopo una gravidanza scoperta dalla famiglia al settimo mese inoltrato. In paese si diceva che fosse tutta una farsa per coprire il vero padre della bambina che non poteva che essere proprio quell’essere che ora si spacciava per il nonno. Girava sempre in bicicletta, portando a spasso una pancia enorme e sfatta. Le gambe erano corte e tozze. Capelli radi e lunghi cadevano sulle spalle larghe, due occhi scavati, barba e baffi incolti completavano un volto da animale in agguato.
La madre della figlia mostro era stata fin dopo il parto di una magrezza impensabile, come impensabile era ora la quantità di grasso che aveva accumulato, tanto, dal renderla irriconoscibile.
Accompagnava la figlia a scuola tutte le mattine. La teneva per mano. Non si poteva che restare colpiti dal loro modo di camminare. Rimbalzavano da un piede all’altro procedendo lentamente ma inesorabili.
La altre madri che accompagnavano perfetti figli a scuola le evitavano con lo sguardo passando loro accanto. Chi stava dietro invece procedeva ipnotizzato da quel dondolio senza riuscire a guardare da un’altra parte.
Poi entravano entrambe a scuola, anche se era vietato. Entravano, venivano verso di me. A quel punto io mi sentivo invasa, totalmente, in ogni frammento di carne, ovunque da quel sorriso.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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24 risposte a Zan le belle rane.

  1. massimobotturi ha detto:

    con te vale sempre la pena arrivare fino in fondo

  2. rodixidor ha detto:

    Bello il tuo racconto diverso.

    • menteminima ha detto:

      Grazie, soprattutto per il “diverso”

      • rodixidor ha detto:

        Veramente molto bello. Perfetta la presentazione dei personaggi, bello il finale. Leggerlo mi ha suscitato delle reminiscenze stilistiche che non riesco ad identificare, non so se di altri scrittori o di cose tue già lette. Un post che ripaga di stare ancora a leggere blog in cerca di un’emozione. Unico neo nei tuoi scritti è sempre la brevità che inesorabilmente lascia il lettore con la sensazione di un discorso interrotto proprio quando diventa interessante.

    • menteminima ha detto:

      Io penso sempre che ci mi legge alla terza riga si sia già rotto. Perché faticare?

  3. tramedipensieri ha detto:

    Il problema degli altri, non le riguarda
    .loro solo sorrisi.

    😊

    • menteminima ha detto:

      Mi chiedo se si poss veramente vivere così

      • Alessandro Guerra ha detto:

        scusate se mi intrometto, ma é una risposta che vale anche per l’ultimo post di Marta, quello sull’ingenuità: ma voi veramente pensate che qualcuno possa vivere in maniera diversa da come stia già vivendo? l’ingenuo si rende conto di esserlo (se non quando ormai é troppo tardi?)? certo si può continuare a esistere con una continua sensazione di “inadeguatezza” – del tipo : mi stanno fregando, così non va bene. Ma ancora una volta l’unico infallibile metro di giudizio sarà il proprio Io. Una frase parecchio illuminante che ho sentito tempo fa in una canzone:

        “Live your life, strong ENOUGH”.

        poi boh probabilmente ho travisato il senso del discorso come al solito, buonanotte.

    • menteminima ha detto:

      Scusa Alessandro ma non so che cosa dire.

  4. vagoneidiota ha detto:

    Ma mi chiedo, e lo chiedo sempre.
    Come fai a stupirmi sempre cosi?
    Come fai a far si che il fiato rimanga lì, sulla lingua, senza esplodere e senza richiedere altro fiato?
    Come fai a farmi tener fermi gli occhi sulla riga fatta di parole che scendono?
    Come fai, soprattutto, a trasformare quella riga di parole in una tela così grande, maledettamente colorata, nitida.
    Perché se me lo spiegassi, comprenderei il motivo per il quale non vedo in terra, sul pavimento, il rosso, il blu, il giallo ed il nero.
    Che tutti quei cazzi di colori, io, su quel quadro li ho visti.
    Jill scott – the fact is

  5. newwhitebear ha detto:

    Un breve racconto ma completo. Immediato e bello da leggere. Non come il sorriso della figlia mostro.

  6. gelsobianco ha detto:

    Ah, come sono rimasta triste ed angosciata!
    Tu sai far giungere tutto.
    Terribile questo racconto.
    Un abbraccio, cara
    gb

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