Sweet home Chicago.

Ho fatto una scemenza, una delle più grandi che abbia mai fatto.
Qualche settimana fa un vero e proprio diluvio universale mi ha colto di sorpresa mentre passeggiavo in centro.
Mi sono dovuto riparare sotto un portico che ospita negozi, due banche, un bar e un’agenzia immobiliare.
Per ingannare il tempo ho cominciato a guardare la vetrina piena di annunci corredati da foto di case di ogni genere.
Io non ho più una casa di proprietà e la sola idea di possederne una mi fa venire l’orticaria.
Una forza misteriosa mi ha fatto aprire la porta dell’agenzia ed entrarci.
Ad accogliermi il sorriso piuttosto artefatto dell’agente, un tipo sulla quarantina, non troppo alto, con pochi capelli, occhi azzurri, vestito alla moda, almeno credo.
Dopo pochi minuti ero seduto accanto a lui, nella sua auto per visionare un “magnifico attichetto arredato in centro fatto apposta per me”.
Da qualche giorno è diventato la mia casa.
Ora io ho una casa.
Dopo un lunghissimo periodo di vita fatta di albergo e ristorante confesso un leggero piacere derivante dalla possibilità di stare veramente rintanato senza vedere anima viva.
Io credo di essere uno strano animale sociale, credo di appartenere alle persone da bar, quelle persone che dai tavolini all’aperto leggono le vite degli altri.
Questa definizione appartiene a Laura. Conobbi Laura durante una vacanza a Cuba, lei stava con suo marito e io con mia moglie.
Mi colpì subito per via di una forma di energia, di libertà, di forza che emanava e per un forte disinganno che le si leggeva nello sguardo. Sembrava conoscere alla perfezione se stessa e l’intero genere umano, soprattutto quello maschile. Passammo qualche serata insieme al bar dell’albergo a bere, ascoltare musica e a guardare volteggiare i ballerini. Non parlammo molto, ma quel poco fu sufficiente per creare una sorta di filo. di unione. Appartenevamo alla stessa razza, era chiaro ad entrambi.
Lei, come me, aveva bisogno della gente, dell’umanità tutta, era come una specie di nutrimento. Entrambi divoravamo occhi, gambe, anime, corpi, voci senza lasciarci mai veramente sfiorare.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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37 risposte a Sweet home Chicago.

  1. pornoscintille ha detto:

    Non male come idea, comprare una casa per ripararsi dalla pioggia 🙂
    Il finale – senza finale – mi ha fatto pensare alle passanti di Brassens o a un incontro di pochi minuti, che segna una vita, raccontato di Dickens.

  2. rO ha detto:

    Paolo, potresti aiutarmi. Cerco casa da un pezzo senza riuscirsi. In compenso perdo la testa per uomini che hanno un albergo, anzi, un rifugio in montagna.

  3. avvocatolo ha detto:

    non ho ancora capito se la stronzata che hai fatto sia stata acquistare casa o unirti a Laura…anyway…in poche settimane hai comprato casa..chapeu!

  4. tramedipensieri ha detto:

    Una casa ci vuole, non foss’altro per poter buttare la spazzatura con metodo 🙂
    (lo so non c’entra niente…ma almeno è pensato e scritto senza filtri)

  5. gelsobianco ha detto:

    Oh, che accade a qualcuno, che è una delle “persone da bar, quelle persone che dai tavolini all’aperto leggono le vite degli altri.”, sorpreso da una pioggia violentissima!
    La forza del piovere entra in questo qualcuno e…
    Compra casa e… ricorda un legame particolare con una donna che era della stessa sua razza. Oh, se ricorda!

    E la tristezza mi ha invaso.
    Sì, una tristezza penetrante nel captare una vita vissuta da lontano.

    Ciao, brava mm.
    Un abbraccio
    gb

  6. newwhitebear ha detto:

    Il nostro Paolo che si compra in una giornata di pioggia un atticchetto. Che f@@@@! Non tutti ne sarebbero capaci.
    Hai fatto bene Paolo, così Laura ha un tetto e un una camera d’albergo.

  7. Vanni ha detto:

    Ma poi come è andata a finire la storia? 🙂

  8. gialloesse ha detto:

    HENRIK NORDBRANDT

    Caffè all’aperto.

    pioviggina un pò
    ma non abbastanza perché si possa proprio
    chiamarla pioggia

    e noi lentamente ci bagniamo
    ma non abbastanza perché valga proprio
    la pena di parlarne

    e un po’ ci innamoriamo
    ma non abbastanza perché si possa proprio
    chiamarlo amore

  9. gialloesse ha detto:

    Mi dispiace, non volevo trasmettere una emozione negativa: non mi sembrava una poesia triste; pensavo invece di aggiungere un contributo poetico al dibattito. Chiedo scusa.

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