Copio e incollo

Io sono fatta di asfalto, di fabbriche all’orizzonte, di traffico, di un ponte su una laguna e di una strada che porta a Est.
Ho posto solo per erbacce, gramigna e ortica. Nemmeno il fico ce la può fare, scelga il tetto di una casa diroccata di periferia.
Ecco l’amara verità, non sono altro.
Oggi laggiù, in fondo, si vedevano le montagne, sulla sinistra la laguna, sulla destra la ferrovia, che non scambierei con tutte le lagune del mondo.
Tornavo a casa.
La strada del ritorno è sempre la stessa, porta malinconici addii, fughe fallite.
Il vento di scirocco piegava le canne e gli alberi ai lati della strada. Le prime se ne fregavano, i secondi pagavano il conto in foglie.
Uno stupido sole ritardava il tramonto per farmi dispetto, per farmi socchiudere gli occhi. Qui il sole è buono solo per odiare la nebbia e l’afa a seconda che si voglia crepare d’inverno o d’estate.
Lavori in corso.
Una vera fortuna perché ho potuto percorrere una strada che non avevo mai percorso.
Ha quattro belle curve.
Quella strada attraversa la campagna, che là, sa di sabbia che ha visto il mare, di promesse di afa, di ragni e di canali per i saltafossi.
Oggi il sole era in balìa del vento, come il grano che tremava, ma composto, proprio come me.
Guidavo e faceva caldo. Ecco le curve, moderate, non severe, ma intransigenti.
Tutta quella strada, quella campagna e quelle curve parlavano di me ingannandomi. Perché io sono più adatta al cemento e alle mani ruvide e disordinate.
Guidavo e pensavo a quel fiume che sorge ancora più a Est e che scende e diventa pozze di acqua gelida che quand’ero bambina mi toglieva il fiato e i nervi alle gambe.
Non ho mai rischiato di annegare là dentro, forse per le raccomandazioni di mia madre o forse perché poi, madre, lo sarei diventata io.
Se fossi un fiume non sarei un fiume alpino ma un fiume di risorgiva che nel suo cammino sotterraneo trova un terreno impermeabile che lo costringe a uscire, a mostrarsi.
In realtà non sono né uno né l’altro. Somiglio di più a quella barchetta di carta a quadretti da un centimetro che con mani lente ma efficaci la maestra usava per spiegarmi la tecnica di piegatura. Galleggia, in costante pericolo, ma galleggia, senza una volontà propria ma grazie ad una benevola fatalità.
Guidavo prudente e mano a mano il vento aumentava.
La campagna finiva nella solita strada, quella che si allarga e ti senti a casa.
Ecco il semaforo, quello rosso.
Lo incontro tutte le mattine.
Io in auto al semaforo, lui a piedi dall’altro lato della strada.
Tutte le mattine ha lo stesso sorriso che parte dalle labbra e arriva agli occhi grandi e scuri. È alto. Cammina un po’ ciondolante e sembra seguire il filo di una musica, sembra stia componendo. Tiene le mani unite davanti il petto, palmo e dorso si incontrano e ogni tanto si muovono come per uno strano applauso.
Ogni tanto rallenta il passo, si gira, come per essere certo di camminare sulla strada giusta e poi continua.
Avrà vent’anni.
È bello, di una bellezza che non torna come certi conti, non come il tempo.
Io mi incanto a guardarlo, lo vedo tra le braccia di sua madre che non ha ancora capito, nel giardino della scuola a macinare chilometri per inseguire quella melodia che sta ancora componendo, sul marciapiedi per andare chissà dove, ogni mattina, mentre io sto in auto al semaforo sempre rosso.
Arrivo alla piazza. Con le piazze ho poca dimestichezza, soprattutto se sono tonde. Credo che dipenda dal fatto che sono nata in un posto che non ha una vera piazza.
Io preferisco le strade, i corsi. I viali mi intimidiscono ma non mi dispiacciono.
Da bambina abitavo vicino a Corso del Popolo. Credo di aver provato un certo orgoglio, un senso di grandezza, quasi come se abitare vicino a Corso del Popolo mi elevasse e mi facesse partecipare, e di diritto vincere, una lotta di classe che nella mia mente vedeva il popolo da un lato ma non sapevo bene chi dall’altro.
Ora sono qui in questa piazza che ha un nome che, forse, rappresenta proprio quell’altra parte.
Ci sono strade che si incrociano, si biforcano per poi incrociarsi ancora.
Conosco viali che attraversano città senza avvicinarsi nemmeno un istante. Piazze inutili, marciapiedi sconclusionati come i miei pensieri in questo momento.
La vita non è un incrocio di strade, nemmeno il cassetto delle posate sempre troppo ordinato in ogni cucina. Non è un paese, una metropoli, un territorio.
Eppure a volta somiglia davvero a una città con strade, vicoli, piazze ad ospitare traffici di ogni tipo. Una città in perenne ristrutturazione, demolizione, fondazione.
Nelle città le persone si incontrano, si sfiorano, si vivono accanto, si incrociano, spesso si attraversano.
A volte la vita somiglia a una torta. Prendiamo la mia vita, prendiamo la ricetta della pasta frolla: “Intridere la farina con il burro…”
La mia vita si è incrociata con le altre come fossimo strade, ma un banale incrocio non determina nemmeno un cambio di nome.
La mia vita è intrisa delle altre e ha cambiato forma, aroma, consistenza, sostanza.
Non sono più farina e burro non lo sono mai stata.
Ora potrei farmi distrarre dai palazzi, i negozi, il monumento, ma a me interessa l’umanità.
Per carità, sono una pessima persona, spesso armata di cattivi sentimenti e risentimenti, non amo la gente. L’umanità mi interessa, la schifo, ma mi interessa. Potessi farlo passerei giornate a guardarla, ad ascoltarla.
I bambini si incantano davanti agli escrementi di un cane, mai davanti al colore di una rosa. Io sono come loro.
La ciclicità mi inquieta, ricercarla mi spaventa. Eppure sono di nuovo qua, su questa strada che è di asfalto come me a notare che sono fioriti i peschi e che il grano ha inventato un nuovo verde, mai visto prima. Le viole sono ormai sfinite e i bambini hanno smesso di raccogliere margherite.
Nel mio giardino, quello dietro, hanno piantato cinque tigli, mi aspetto grandi cose da loro.
La colza sembra impazzita, un branco disordinato di erbacce disuguali. Ma l’aspetto al varco, non ci saranno sorprese, tra un mese sarà un esercito ordinato di boriose guardie svizzere.
Guardo tutto questo e capisco che è arrivato il momento di cambiare. So però che tra poco sarà estate e avrò da seguire le pesche, le pere, le prugne. Dovrò prendere le coordinate del sole che tramonta tra le canne sulla via del ritorno che ti pare, quasi, di essere in Africa.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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27 risposte a Copio e incollo

  1. rodixidor ha detto:

    Intrido, intridi, ci intridiamo, come si intridono il burro con la farina, un passo dopo l’altro, in tondo.

  2. edp ha detto:

    Santamadonna quanto bene CHE scrivi maestra.

  3. newwhitebear ha detto:

    Sempre piacevole leggerti. La natura e le sensazioni le sai raccontare bene come quel personaggio che incontri al semaforo.

  4. Pingback: Intrudere | paracqua

  5. Guido Sperandio ha detto:

    Momento di cambiare?
    Ti salveranno pesche, pere e prugne.

  6. domenicomortellaro ha detto:

    Davvero molto intenso, dall’attacco alla fine!

  7. LuminariaSprecata ha detto:

    Pregnante, intenso come pochi.

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