Frigo

Capita ogni volta che torna. A dire il vero non capita, è un vero rito che segue tutti i giorni (anche più volte al giorno), ogni volta che rientra in casa. La cicciona è fatta così, ha bisogno di seguire uno schema preciso, di percorrere sempre la stessa strada, ha bisogno di abitudini per sperare di farcela. E quindi anche oggi, mercoledì, come ogni martedì, lunedì, sabato, giovedì, venerdì, mercoledì e domenica, rientra a casa, appoggia la borsa sulla sedia dell’ingresso, entra in cucina ancora vestita di tutto punto (anche con guanti e cappello se indossa guanti e cappello) e si posiziona davanti al frigorifero chiuso. Tiene le gambe leggermente divaricate e fissa la porta del frigo. Il frigorifero è un po’ più alto di lei, in acciaio e ha tre calamite: un timer a forma di gatto, un “Saluti da Matera” e un dromedario di ceramica di dieci centimetri. Se ne sta là e lo fissa con gli occhi a punta di spillo, quasi aggressiva, quasi cattiva. Dopo qualche minuto di massima concentrazione, di denti digrignati alza lo sguardo sull’orologio sopra la porta d’ingresso della cucina. “Ancora qualche minuto e ho finito, quando la lancetta grande arriverà al tre (ma non sempre deve arrivare al tre, dipende da quando ha guardato) e poi è finita”. Non è mai stata facile per la cicciona ma quella mattina l’ha incontrata ed è ancora più difficile. E’ passato un bel po’ di tempo, non sa dire quanto. E’ invecchiata, e questo è normale. Anormali sono invece le rughe che le solcano il volto. Corrono verticalmente, parallele, su entrambe le guance. Si potrebbe dire che sulla guancia destra le corre un fascio di rette parallele. “Sono invecchiata, lo so. Tu invece sei ingrassata parecchio. Che ti è successo? Sembra che ti abbiano gonfiato come un palloncino. Stai bene? Prendi cortisone? E’ la solita stronza. Mai una parola buona. Solo parole che arrivano dritte proprio dove c’è qualcosa che fa male. Ma non deve distrarsi, deve restare concentrata, non deve cedere, deve tenere gli occhi fissi, più cattivi che può, su quella porta, la porta del frigo, croce e delizia, miele e merda. Sua madre è bella, anche suo padre è bello, lo è anche lei, ma lei è cicciona, una bella cicciona. Ancora quattro minuti, può farcela, non deve pensare, non deve cedere al ricordo, al passato. C’è lei e quella porta chiusa, che resterà chiusa tutto il giorno se riuscirà a non aprirla per altri due minuti. Ha caldo, il cappotto è pesante e il riscaldamento si dà da fare. Sente che sta cominciando a sudare, non deve pensarci, non deve pensare al suo corpo che suda, se lo fa è perduta. Non deve pensare a quel contenitore, vaso, pentola, bicchiere, scatolone, valigia, cassettiera da riempire. Quel corpo da riempire con ogni tipo di cibo liquido e solido, con ogni tipo di esperienza liquida e solida, con ogni tipo di pensiero liquido e solido. Ecco, la lancetta è sul tre, ora però non sa proprio cosa fare.

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Metto i baffi così non mi riconosco.
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10 risposte a Frigo

  1. Aida ha detto:

    Fa riflettere leggere un punto di vista diverso. Chi si trova in questa situazione è consapevole di ciò che è, non ha bisogno di persone che le ricordano cosa fare, come muoversi… le parole sono crude, però dipingono bene la sensazione che si prova.

  2. Piaciutissimo. Ottimo racconto.

  3. newwhitebear ha detto:

    bello e intrigante questa sfida della cicciona contro la voglia di mangiare.
    Ma alle tre che fa? Apre il frigo e lo svuota?

  4. tramedipensieri ha detto:

    Ma proprio quando arriva l’ora, dove “tutto” è permesso..no, non lo apre.

  5. Tesla Afterburner ha detto:

    A me le ciccione belle non dispiacciono affatto, anzi.

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