A proposito di Elle.

Faceva un freddo cane.
Dopo pochi istanti le mani e i piedi diventarono duri come pietre.
Proprio come il cuore di quell’uomo che le camminava accanto.
Era alto, bruno, la bocca pur essendo carnosa se ne stava rigida a disegnare una linea un po’ storta su un volto cupo.
Teneva le mani nelle tasche di un cappottone grigio che si apriva sul fondo a ogni passo. La falcata era lunga e sicura, prodotta da due gambe solide come il tronco di un albero.
Camminava, ma sembrava in apnea, il busto piegato in avanti a dar potenza al passo e lo sguardo, senza alcuna meraviglia, attento a ogni movimento della strada.

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Sono stonata

Se sapessi come fai a fregartene così di me, se sapessi farlo anch’io ogni volta che giochi con il nostro addio…

 

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Grazie a Palomar

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Incipit.1

Poi finì tutto, esattamente come era cominciato: per caso.
Se la vita è un insieme di strade da percorrere, che si intrecciano con altre strade da percorrere, percorse a loro volta da altre vite, può accadere di inciampare uno sulla vita dell’altro. A volte questi inciampi sono una vera e propria benedizione, altre delle semplici seccature, alcune volte degli incommensurabili disastri.
Non so dare una definizione a quell’inciampo, posso solo descriverlo dal mio punto di vista che non può che essere parziale, ma che possiede in sé quel distacco necessario, quella distanza che, forse, rende più agevole lo sguardo.
Finì, e ognuno di loro tornò a fare quel che faceva prima, nello stesso modo: lui tornò a osservare l’orizzonte del mare sperando di scorgere Achab, lei a camminare ben attenta a non pestare le righe delle piastrelle.

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Nulla di vero

Ho sempre pensato di essere una persona poco precisa, poco ordinata e disciplinata. Ho armadi arruffati e cassetti che è meglio non aprire. Ho pensieri alla rifusa,  cadute libere dell’umore, sonni difficili e rari, sono stonata e d’inverno ho le mani ruvide. Porto da anni capelli spettinati, non mangio più le unghie però. Mi trucco con approssimazione sperando si pensi che se mi truccassi  potrei quasi sembrare bella. Ma ti ho amato con cura e dedizione, nulla dato al caso. Un amore perfetto il mio per te, senza una sbavatura o un errore di battitura, nessun riflesso grigio o abbagliante. Una finestra perfetta su un panorama perfetto, un profumo poco invadente ma sempre  presente, un balsamo  per capelli, timo  salvia e rosmarino.   Ho lavorato  duro  come una  formica, una madre, un  pescatore, il mare  sulla roccia, il tempo. Tutto tempo perso.

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L’origine della fortuna

Quand’era piccola sua madre e suo padre la portarono anche dallo psicologo perché si rifiutava di fare la cacca. La teneva per giorni e giorni finché il mal di pancia non diventava insopportabile. “Vuole tenere tutto per sé” disse lo psicologo. “Non vuole lasciare andar via nulla, tutto le appartiene.”
Un corpo contenitore, un corpo vaso, pentola, bicchiere, scatolone, valigia, cassettiera. Un corpo mondo da nutrire con ogni tipo di cibo liquido e solido, con ogni tipo di esperienza liquida e solida, con ogni tipo di pensiero liquido e solido. Un corpo unitario, carne e spirito, un corpo dio. Un dio da odiare, spesso da bestemmiare.
L’aumento di peso non fu velocissimo, ma fu inesorabile. Grammo dopo grammo, etto dopo etto, chilo dopo chilo. Lievitava. A un certo punto la rotondità della pancia cominciò a nasconderle dalla vista i peli del pube, quell’origine che non aveva originato proprio nulla se non qualche pallida contrazione di piacere.
Col passare del tempo non riuscì a vedersi neppure le punte dei piedi. Questa però rappresentava una vera e propria fortuna.

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In contro.

Quella mattina la rivide. Era passato un bel po’ di tempo, non avrebbe saputo dire quanto. Era invecchiata e questo era normale. Anormali erano invece le rughe che le solcavano il volto. Correvano verticalmente, parallele, su entrambe le guance. Si potrebbe dire che sulla guancia destra le correva un fascio di rette parallele.
Lo sguardo le si fermò su quella guancia per troppo tempo, se ne rese conto che era ormai tardi.
“Sono invecchiata, lo so. Tu invece sei ingrassata parecchio. Che ti è successo? Sembra che ti abbiano gonfiato come un palloncino. Stai bene? Prendi cortisone?
Era la solita stronza. Mai una parola buona. Solo parole che arrivano dritte proprio dove c’è qualcosa che fa male.
Era stata sposata per parecchi anni con un ginecologo. Il matrimonio con un ginecologo potrebbe sembrare una cosa complessa e la gente non perdeva occasione di farle notare dove molto probabilmente si trovavano in quel preciso istante le mani di suo marito o che cosa stesse osservando con interesse. Lei per nulla turbata, rispondeva che preferiva di gran lunga avere un marito ginecologo piuttosto che un marito dentista perché la bocca della gente è di gran lunga più ripugnate di una qualsiasi fica. E l’idea delle mani di suo marito dentro certe fauci bavose che spesso le capitava di vedere l’avrebbe infastidita di più che il saperle dentro la più spelacchiata delle fiche.
Quando il matrimonio finì riuscì a spillargli un sacco di quattrini in cambio del silenzio su più di qualche lavoretto riparatore che aveva fatto privatamente e senza farne alcuna menzione al fisco.
Era una donna quadrata, sapeva incassare qualsiasi colpo e colpire come il più esperto dei cecchini. Litigare e trarre vantaggi dai conflitti era la sua specialità, forse perché non aveva alcuna paura di morire.
Nessuno mai avrebbe potuto intuire che erano madre e figlia. Nessuna somiglianza, nessun punto in comune, due pianeti di due sistemi solari differenti.
Non la odiava, certo non aveva ancora digerito completamente l’abbandono, evitava semplicemente di ricordare il fatto
Incontrarla in quel modo inaspettato le fece girare la testa.
“Che hai? Ti senti male? Non svenire ti prego, chi vuoi che riesca a tirarti su con quel culo.”

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Fitorigenerazione.

Allora decise di ingrassare. Non fu una vera e propria scelta. Percorse quella strada inconsapevolmente, ma la percorse. Anche le strade che imbocchiamo per caso, per una serie di fatti spiegabili solo con la fatalità, dipendono da noi, dalla nostra volontà o dalla totale assenza di essa come nel caso della cicciona. Avrebbe potuto morire, ammalarsi gravemente e poi morire, tentare il suicidio e poi morire, guarire da quello stato di imponderabilità (e morire ugualmente più avanti), impazzire (e morire ugualmente più avanti) e invece imboccò quella strada che l’avrebbe portata a morire da cicciona. Perché avendo deciso di vivere cicciona aveva contemporaneamente deciso anche di morire cicciona. A meno che non le toccasse la stessa sorte della povera Emilia che visse una vita da cicciona per poi morire totalmente rinsecchita per via di un tumore che la mangiò tutta velocemente, riducendola un ammasso di ossa ricoperto da una quantità enorme di pelle cadente che a poterla utilizzare ci si sarebbe potuto ricoprire un divano tre posti. La poveretta si ridusse così improvvisamente. Il suo intestino decise di nutrire solo il tumore, trascurando totalmente ogni cellula che appartenesse solo a Emilia. Destino crudele e assurdo. Già.
Ma lei che tipo di morta sarebbe stata? Morta cicciona di sicuro.
“Ohi, hai sentito? È morta la cicciona, quella del terzo piano sopra il bar di Nico.” Probabilmente qualcuno avrebbe commentato così. Ma più probabilmente gli unici commenti sarebbero stati quelli dei due poveretti che avrebbero dovuto portarne il cadavere giù dalle scale e a ogni passo,schiacciati da quel peso insostenibile, l’avrebbero stramaledetta. Avrebbero trovato il cadavere dopo alcuni giorni dal decesso su segnalazione dei vicini. Credo il perché si possa capire senza bisogno di essere spiegato.
(Oh, a proposito: devo ricordarmi di scrivere della puzza di quel ristorante di Zurigo o quella del serpentario di Bangkok).

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Pablo.

Picasso ed io abbiamo in comune una macchia sulla pelle del viso.
Io e Picasso abbiamo in comune una macchia sul viso.
Picasso e io abbiamo in comune una macchia scura sulla guancia.
Io e Picasso non abbiamo proprio nulla in comune se non una macchia, una di quelle che vengono alla pelle dei vecchi, sulla guancia.
Picasso era un genio e aveva coraggio da vendere (vorrei scrivere “davvendere”, che è come lo direbbe Guenda che è toscana ma non so esattamente di dove)
Picasso e io abbiamo in comune una macchia scura sul viso. E basta.
Coraggio io non ne ho, non ne ho mai avuto.
Fossi una pittrice, anche scarsissima o bravissima, come preferite, non mi sarei mai, mai fatta un autoritratto, non mi sarei certo soffermata a guardare, a scoprire ogni dettaglio, ogni ombra e ogni luce della mia faccia.
Pablo e Lucia: una sola cosa in comune, certamente non il coraggio, piuttosto una macchia scura sulla guancia.

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Spero il sole

Non credo nella speranza, è  una crudele invenzione per fregare gli imbecilli. Ma oggi fa un freddo che morde e non mi fa respirare. E allora anche io, che appartengo al nutrito gruppo degli imbecilli, spero.  Sì,  spero il sole.

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Il destino.

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