L’ultima volta

L’ultima volta che l’ho visto è stata davvero l’ultima.
Uno non lo sa, ma quando l’ultima volta comincia, poco a poco lo capisce che sarà l’ultima, un po’ alla volta i segni si mostrano e la verità si disvela.
Era vestito malissimo, peggio di un prete che ha fatto voto di povertà. Una maglietta blu con un enorme alone di sudore, sotto a un abito anch’esso blu, con una macchia d’olio sul risvolto del collo, a destra. Ai piedi, orribili mocassini neri indossati senza calze. Non odorava nemmeno di buono.
Avrei dovuto darmela a gambe subito, ma a volte mi prende un incontrollabile desiderio di brutto, di disfacimento e morte, e sono rimasta.
Lo spettacolo era grottesco, un gruppo di omuncoli e donnucole convinti di avere l’eternità.
Ma la peggiore, la più ridicola e idiota ero io, una donnetta di mezza età a correre dietro a un mistificatore di realtà. In poche parole un ultimo incontro tra due poveri, ridicoli stronzi.

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Maratone.

Quarantadue minuti sul runner a guardare sul monitor quelle che correvano quarantadue chilometri. Io mi commuovo ogni volta che vedo un traguardo tagliato, un braccio alzato, il fischio finale. Mi sono commossa anche ieri per quelle gambe e quei piedi, quello sfinimento. Accanto a me un catalogo di umanità che vive un corpo che non ama. Siamo un corpo non amato, un difetto da nascondere, una omissione.
A destra uno che correva, ansimava e parlava al telefono. Appoggiava male i piedi e sudava. Si capiva che non gli piacevano i suoi capelli lunghi e radi e la sua pancia che ballava a ogni passo. Cercava di nasconderlo ostentando un “Odio tutti” sulla cover del telefono.
A sinistra quella che sembra una ragazzina timida. È magra come un chiodo, ha uno sguardo velocissimo. Ha una pelle bianchissima. Non va mai al mare, perché al mare si sta seminudi e lei vuole stare sempre vestita.
Al centro ci sono io che mi commuovo per tutti loro e per me stessa.

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Terapie

Ti ho ascoltato, figlio mio, ieri sera, in silenzio.
Parlavi con una bella voce che un po’ mi commuoveva, come mi commuove il vederti grande.
Ho messo tanto sangue, fiato, occhi, mani, smisurato amore.
Non ho potuto parlare e dirti, perché nulla si può dire a un figlio.
Se dicessi saresti altrove, se ascoltassi fraintenderesti.
Quello che so, quello che ho capito, è che nulla di te è per colpa mia o per merito mio, perché tu sei tu e io ti ho riconosciuto.

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Agli Alberoni. Un anno dopo.

Le donne spesso sono cretine, trascorrono le loro giornate a occuparsi degli uomini che hanno accanto solo per un senso di riconoscenza. Quelle due erano proprio così, li guardavano come si guarda a un figlio viziato cui si consente tutto. Spalmavano creme, rimettevano in pari camicie abbottonate storte, piegavano asciugamani. Tutto in cambio della possibilità di averli accanto, di non essere sole. I mariti egoisti, egocentrici e narcisisti continuavano a fare i figli e a lasciarle comunque sole.

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Tipi da spiaggia.

I vecchi sono soli ed egoisti, aspettano di vedere che la morte è toccata prima al vicino di casa, di letto, al compagno di banco, a quell’amore mezzo dimenticato.
La vecchia se ne fotteva altamente degli altri vecchi e dell’amore. Non li invidiava, provava semplicemente pena per loro. Non quella pena che ci accomuna umani, ma quella stronza che sta a cavallo del bivio tra l’indifferenza e il senso di superiorità.
Probabilmente aveva ragione lei. In gioventù doveva essere stata bellissima. Lo era ancora, era una bella vecchia. Forse è meglio non essere mai belli, meglio non fare i conti in quel modo col tempo che passa. O forse resta fissato per sempre nella nostra mente uno schema corporeo dettato da una situazione, un avvenimento, una frase giusta o sbagliata dell’infanzia, o chissà quando, che lo determina. Per sempre, noi, nella nostra mente saremo così. Bassi, troppo alti, esageratamente magri o grassi, belli, brutti, nasoni, culoni. Nulla di questo ovviamente corrisponde al vero, all’ immagine che rimanda lo specchio. Ma che ne potrà mai sapere di noi lo specchio? E poi siamo sempre noi a guardare e quindi a tradire, attraverso una percezione viziata da quell’imprinting cattivo o più raramente generoso. Potremmo mai vedere qualcosa di vero di noi stessi guardando quello specchio?
A quella vecchia dovevano aver detto che era bella e lei si era fidata, ci aveva creduto, aveva fatto sua quell’idea. Si guardava allo specchio e si vedeva bella, proporzionata, attraente. Una da guardare, insomma, da guardare e da desiderare. Probabilmente quell’idea continuava a resistere. Lo si capiva da come si muoveva in spiaggia, dal costume che indossava e che uscita dall’acqua cambiava con estrema naturalezza davanti a tutti. Non lo faceva per menefreghismo, quello che a una certa età o in certe situazioni viene. Lei vedeva bene il suo corpo, non le era invisibile.

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Cercasi burrone disperatamente

Venerdì scorso la bellezza ovunque, non riusciva proprio a nascondersi, non bisognava nemmeno cercarla. Era a disposizione di tutti. Si esibiva quasi volgarmente, quasi come una miss a un concorso di bellezza.
Bastava alzare gli occhi per trovarla nell’azzurro o nel bianco, bastava abbassarli per incrociarla nel giallo tenue.
Era una vera festa, un’epifania per i sensi.
La pelle non poteva che festeggiare per il calore e per il vento fresco, alle orecchie giungeva il suono più dolce del mondo (certamente non come la loro voce).
Tra le labbra il sapore dolce del sale (che è dolce quando sa di mare).
Il vento forte portava anche il tuo profumo.
Oggi la bellezza è morta, è stato un istante, ha perso l’equilibrio ed è caduta in un burrone (quello che vorrei per me).
Nemmeno un urlo. È morta, morta e basta.

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Dune

Una promessa tra le dune.
Sono dovuta andare via e non saprò mai se verrà mantenuta.
Sembra la vita.

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Cerco casa.

Sono fatta di battaglie e agguati.
Scontri senza paraurti.
Sono della materia del disordine e della ragnatela nell’angolo,
delle cose non trovate,
cuscini sudati e divieti di sosta.
Tenetevele pure le vostre case algide, asettiche come sale operatorie,
dove non si vede il sangue ma si sente il tanfo della menzogna.

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Tra zero e uno

Tra zero e uno c’è un mondo, come quello che trovi quando alzi un masso in montagna. Io l’ho sempre abitato e vi ho scoperto meraviglie.
Ho passato la mia vita a evitare il primo e a pensare di non meritare il secondo.
Ho costruito un ponte senza attraversarlo mai. Ho dormito sotto, barbona e solitaria, piena di tempo perso.
In quello spazio, tra zero e uno, ho costruito una casa, io che di case non ne ho mai volute. L’ho costruita e lustrata ogni giorno, senza rendermene conto. Ho avuto amore e cura, ho lavorato e poi ho dormito su di un cuscino sudato di fatica che non sapevo di aver fatto.
Ero cieca e stupida, bugiarda e sola.
Ora qualcosa vedo.
Vedo zero e tu sei là.

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Luce Ombra

Io sto nello spazio lasciato tra due parole, nella riga di mezzeria, al purgatorio, tra due materassi quando fai l’amore, nella pausa tra il primo e il secondo, nel tempo tra il lampo e il tuono, tra il tic e il tac, la veglia e il sonno, nel bracciolo tra i posti in aereo, sul foglio quando la penna scrive a scatti, nel tasto lungo della tastiera.
Da nessuna parte.

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