Continuo a guardare.

Mi girai nella direzione che guardava la voce della donna. Sì, era l’uomo per lei, con tutti i nervi nei posti giusti. Un uomo che le consentiva la battaglia, che la irritava se necessario, a volte la faceva soffrire. Lei era una specialista di certo tipo di sofferenza.
Avevano concepito quei quattro figli con la forza del desiderio e della passione, li avevano offerti al mondo. Un dono, il loro. Tutti e quattro, uno dopo l’altro senza il minimo dubbio, solo certezze.
Arrivò con lunghe falcate sulla sabbia calda. Per un secondo incrociai il suo sguardo.
Baciò la bambina che si era tolta gli occhiali, prese un telo dalla borsa che aveva portato la donna e si sdraiò al sole.
Non posso dire che fosse bello, ma tutto di lui rimandava a qualcosa di grande, di divino. Non c’erano sbavature nel suo corpo e lo sapeva. Doveva essere un amante scostante, di quelli che non ti accontentano mai, ma che poi diventano necessari.
“Vado a fare il bagno.” disse con una voce morbida e bassa.
Lei lo seguì. Camminavano uno accanto all’altra. Lui alto e riccio, lei più minuta e nervosa.
Passarono accanto ai tre figli impegnati nella buca, mentre quella che aveva tolto gli occhiali restò accanto al lettino dove fino a un minuto prima stava sdraiata la madre, quasi a sorvegliarne l’assenza.

Fu allora che ti sedesti accanto a me, facendomi spostare un po’ più in là sul lettino.
“Posso sapere a cosa stai pensando?” Io ti risposi sorridendo “Andiamo, ora è tardi davvero.”

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Guardo e scrivo.

La prima volta che li ho visti è stata anche l’ultima, l’unica.
Prima ho visto lei, mi era sembrata triste. Indossava un gonnellone verde lungo fino ai piedi e una canottiere scura su di un torace magro, quasi ossuto. Sulla spalla destra teneva una grande borsa da spiaggia che appoggiò sul lettino, quello accanto a me.
Si girò a guardare un po’ stizzita il gruppetto che la seguiva. Quattro, erano i suoi figli.
Il più piccolo frignava perché non riusciva a portare la sacca con i giochi da spiaggia. La femmina sui sei anni aveva un costume intero che sembrava d’altri tempi, con dei volant di tulle per spalline. Lo portava con orgoglio mentre con passo deciso si dirigeva verso il mare informando la madre che avrebbe fatto subito il bagno. Teneva con entrambe le mani una pala enorme con un lungo manico di legno. Seguiva l’altra femmina. Gli occhiali da vista neri e tondi la facevano sembrare molto seria. Aveva due gambe magre e lunghe, in mano una borsa troppo pesante che trascinava lasciando una scia sulla sabbia. Il maggiore completava il quartetto. Era un ragazzetto sui tredici, con i capelli lunghi, la bocca grande un po’ imbronciata. Portava sulle spalle una grande sacca che lasciava uscire delle pinne. Aveva un fare da grande, quasi da adulto.
Arrivarono tutti dalla madre e abbandonarono accanto a lei i loro fardelli.
La donna sfilò la canottiera e il gonnellone restando in costume. Il corpo abbronzato era magro e non mostrava traccia delle gravidanze. Tirò fuori un pareo dalla borsa da spiaggia, lo stese con cura sul lettino e ci si sdraiò sopra, abbandonata, quasi sfinita. Il più piccolo in un attimo le fu sopra. Lei lo accolse tra le braccia. Un secondo e arrivò la bambina con gli occhiali, si inginocchiò accanto al lettino e appoggiò la testa vicinissima a quella della madre. In un attimo tutti le furono accanto. Sembravano animaletti accorsi per un richiamo. Il maschio grande si sedette sulla sabbia e sussurrò qualcosa all’orecchio della donna che non parlò, si limitò a guardarlo sorridendo. La bimba col costume d’altri tempi disse che voleva fare una buca gigantesca e si allontanò, fermandosi però poco distante. Il fratello maggiore la seguì, arrivato accanto si fece dare la grande pala e cominciò a scavare con forza. La bambina allora cominciò a scavare con le mani.
Dopo qualche minuto il piccolo si sciolse dall’abbraccio della madre e si diresse verso i fratelli inginocchiati a scavare.
“Se solo ti azzardi a toccare te la faccio pagare cara!” Lo ammonì il maschio grande. Il piccolo non disse una parola e si accovacciò un po’ più in là a guardare senza dare fastidio.
La sorella con gli occhiali, li tolse, li mise nella borsa della madre e le li sdraiò accanto. Era tutta sua.
“Ecco, arriva papà.” Disse la donna. La bambina le si strinse ancora di più contro.

Mi sono voltata anche io nella direzione dello sguardo della donna.
“Dai, è tardi, andiamo.” Hai detto tu.
Ti ho seguito, mansueta.
Da qualche tempo la mia vita è piena di storie non concluse. Non saprò mai nulla di quell’uomo, della sua voce, del suo amore per lei e per i suoi figli. Non saprò come nuota né come sorride.
Da qualche tempo le storie posso solo immaginarle.

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Figli delle stelle.

La prima volta che l’ho visto era in mutande e anche io ero poco vestita.
Una stupida festa di carnevale ci aveva fatto incontrare. Io scimmiottavo Marlene Dietrich, lui un improbabile uomo in frac che aveva dimenticato i calzoni.
Sorrideva e mi guardava. In realtà guardava le mie chilometriche gambe, non me.
Le guardava e rideva.
Io invece vidi il suo sguardo e anche la sua risata e me li ricordai.
Lo rividi che era primavera a casa di amici, una bella casa di campagna dove organizzavamo feste alcoliche.
Arrivò con due amici, due stronzi che abitavano vicino casa mia.
Lo vidi e feci di tutto per non farmi notare, non volevo che mi vedesse, avrei voluto essere invisibile. Credo fosse paura, una paura che mi ha sempre accompagnata, quella di essere guardata senza essere veramente vista. Non dovetti restare nascosta per molto, dopo poco lasciò la festa con i suoi amici e qualche bottiglia di vino che avevano deciso di portare con loro come souvenir.
Era uno stronzo, stronzo quanto i suoi amici stronzi.
La terza volta che lo vidi fu l’estate successiva. Lo vidi per una settimana intera. Si aggregò all’ultimo minuto al gruppo con cui sarei andata in vacanza. Una settimana intera a fare l’invisibile sarebbe stata troppo. Decisi di provare a far diventare lui invisibile, a non guardarlo, a non parlargli, a non ridere delle sue battute, a non nominarlo. Ottenni il risultato sperato. Non mi guardò per l’intera settimana e tanto meno mi vide. Riuscii anche a passare inosservata un’intera notte sotto un cielo stellato come mai, sdraiata accanto a lui sulla sabbia ancora tiepida dal sole, cantando sottovoce io, a squarciagola gli altri, “Figli delle stelle”.
Da allora sono passati trentasette anni e non mi ha ancora vista.

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La prima volta.

La prima volta che l’ho incontrato ho pensato che sarebbe stata anche l’ultima.
La musica che ascoltava in macchina era pessima. Sono molto sensibile, la brutta musica mi irrita.
Sono salita nella sua auto, sul sedile accanto al suo. Nel farlo ho chiesto permesso e lui si è messo a ridere. Ha riso e basta, poi si è fatto serio e ha cominciato a guardarmi. Dovrei dire a squadrarmi. Dopo alcuni secondi di silenzio è uscito con un “Cazzo non hai nemmeno una ruga intorno agli occhi”.
Non sapevo cosa dire e sono stata zitta. A pensarci meglio avrei dovuto rispondergli che preferisco complimenti di altra natura. Ma sono fatta così, perdo sempre le occasioni per parlare, meno spesso per tacere. Sì, perché io ho quella speciale abilità di non riuscire a fermarmi, parto ed è sempre come se le mie parole fossero una pallina su di un piano inclinato. Impossibile che mi fermi da sola. Di solito ci pensano gli altri a fermarmi con una sberla ben assestata in faccia o un pugnale conficcato da qualche parte.
Lui rise ancora e mi chiese cosa ci facessi con una rosa rossa e due libri in mano.
“Sono per te.” Risposi.
Scoppiò a ridere nuovamente. Nel farlo apriva molto, troppo, la bocca, che pur essendo bella aveva qualcosa di volgare. Volgari non erano le sue mani, grandi nodose, con un anello al pollice sinistro, una fede larga, d’argento.
“Hai fame?” Chiese. Risposi che avevo sete e che avrei bevuto volentieri qualcosa di alcolico. Rise di nuovo, mise in moto e partimmo.
Alzò il volume della radio, mi guardò e disse che era stato fortunato, non ero affatto male. E allora io, che tenevo ancora come un’idiota la rosa in mano, la misi tra i denti e avvicinai la mia bocca alla sua.
“Ti amo già” Disse lui. Proprio come un vero coglione.

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L’ultima volta

L’ultima volta che l’ho visto è stata davvero l’ultima.
Uno non lo sa, ma quando l’ultima volta comincia, poco a poco lo capisce che sarà l’ultima, un po’ alla volta i segni si mostrano e la verità si disvela.
Era vestito malissimo, peggio di un prete che ha fatto voto di povertà. Una maglietta blu con un enorme alone di sudore, sotto a un abito anch’esso blu, con una macchia d’olio sul risvolto del collo, a destra. Ai piedi, orribili mocassini neri indossati senza calze. Non odorava nemmeno di buono.
Avrei dovuto darmela a gambe subito, ma a volte mi prende un incontrollabile desiderio di brutto, di disfacimento e morte, e sono rimasta.
Lo spettacolo era grottesco, un gruppo di omuncoli e donnucole convinti di avere l’eternità.
Ma la peggiore, la più ridicola e idiota ero io, una donnetta di mezza età a correre dietro a un mistificatore di realtà. In poche parole un ultimo incontro tra due poveri, ridicoli stronzi.

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Maratone.

Quarantadue minuti sul runner a guardare sul monitor quelle che correvano quarantadue chilometri. Io mi commuovo ogni volta che vedo un traguardo tagliato, un braccio alzato, il fischio finale. Mi sono commossa anche ieri per quelle gambe e quei piedi, quello sfinimento. Accanto a me un catalogo di umanità che vive un corpo che non ama. Siamo un corpo non amato, un difetto da nascondere, una omissione.
A destra uno che correva, ansimava e parlava al telefono. Appoggiava male i piedi e sudava. Si capiva che non gli piacevano i suoi capelli lunghi e radi e la sua pancia che ballava a ogni passo. Cercava di nasconderlo ostentando un “Odio tutti” sulla cover del telefono.
A sinistra quella che sembra una ragazzina timida. È magra come un chiodo, ha uno sguardo velocissimo. Ha una pelle bianchissima. Non va mai al mare, perché al mare si sta seminudi e lei vuole stare sempre vestita.
Al centro ci sono io che mi commuovo per tutti loro e per me stessa.

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Terapie

Ti ho ascoltato, figlio mio, ieri sera, in silenzio.
Parlavi con una bella voce che un po’ mi commuoveva, come mi commuove il vederti grande.
Ho messo tanto sangue, fiato, occhi, mani, smisurato amore.
Non ho potuto parlare e dirti, perché nulla si può dire a un figlio.
Se dicessi saresti altrove, se ascoltassi fraintenderesti.
Quello che so, quello che ho capito, è che nulla di te è per colpa mia o per merito mio, perché tu sei tu e io ti ho riconosciuto.

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Agli Alberoni. Un anno dopo.

Le donne spesso sono cretine, trascorrono le loro giornate a occuparsi degli uomini che hanno accanto solo per un senso di riconoscenza. Quelle due erano proprio così, li guardavano come si guarda a un figlio viziato cui si consente tutto. Spalmavano creme, rimettevano in pari camicie abbottonate storte, piegavano asciugamani. Tutto in cambio della possibilità di averli accanto, di non essere sole. I mariti egoisti, egocentrici e narcisisti continuavano a fare i figli e a lasciarle comunque sole.

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Tipi da spiaggia.

I vecchi sono soli ed egoisti, aspettano di vedere che la morte è toccata prima al vicino di casa, di letto, al compagno di banco, a quell’amore mezzo dimenticato.
La vecchia se ne fotteva altamente degli altri vecchi e dell’amore. Non li invidiava, provava semplicemente pena per loro. Non quella pena che ci accomuna umani, ma quella stronza che sta a cavallo del bivio tra l’indifferenza e il senso di superiorità.
Probabilmente aveva ragione lei. In gioventù doveva essere stata bellissima. Lo era ancora, era una bella vecchia. Forse è meglio non essere mai belli, meglio non fare i conti in quel modo col tempo che passa. O forse resta fissato per sempre nella nostra mente uno schema corporeo dettato da una situazione, un avvenimento, una frase giusta o sbagliata dell’infanzia, o chissà quando, che lo determina. Per sempre, noi, nella nostra mente saremo così. Bassi, troppo alti, esageratamente magri o grassi, belli, brutti, nasoni, culoni. Nulla di questo ovviamente corrisponde al vero, all’ immagine che rimanda lo specchio. Ma che ne potrà mai sapere di noi lo specchio? E poi siamo sempre noi a guardare e quindi a tradire, attraverso una percezione viziata da quell’imprinting cattivo o più raramente generoso. Potremmo mai vedere qualcosa di vero di noi stessi guardando quello specchio?
A quella vecchia dovevano aver detto che era bella e lei si era fidata, ci aveva creduto, aveva fatto sua quell’idea. Si guardava allo specchio e si vedeva bella, proporzionata, attraente. Una da guardare, insomma, da guardare e da desiderare. Probabilmente quell’idea continuava a resistere. Lo si capiva da come si muoveva in spiaggia, dal costume che indossava e che uscita dall’acqua cambiava con estrema naturalezza davanti a tutti. Non lo faceva per menefreghismo, quello che a una certa età o in certe situazioni viene. Lei vedeva bene il suo corpo, non le era invisibile.

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Cercasi burrone disperatamente

Venerdì scorso la bellezza ovunque, non riusciva proprio a nascondersi, non bisognava nemmeno cercarla. Era a disposizione di tutti. Si esibiva quasi volgarmente, quasi come una miss a un concorso di bellezza.
Bastava alzare gli occhi per trovarla nell’azzurro o nel bianco, bastava abbassarli per incrociarla nel giallo tenue.
Era una vera festa, un’epifania per i sensi.
La pelle non poteva che festeggiare per il calore e per il vento fresco, alle orecchie giungeva il suono più dolce del mondo (certamente non come la loro voce).
Tra le labbra il sapore dolce del sale (che è dolce quando sa di mare).
Il vento forte portava anche il tuo profumo.
Oggi la bellezza è morta, è stato un istante, ha perso l’equilibrio ed è caduta in un burrone (quello che vorrei per me).
Nemmeno un urlo. È morta, morta e basta.

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